“E… state con noi” /2 A Seminara, le storie affidate alla creta dei mastri pignatari

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  08 agosto 2026 10:09

di GIOVANNA BERGANTIN

Da Palmi verso Seminara la strada si assottiglia tra gli ulivi che si piegano fin sul selciato. Nel cuore dell’Aspromonte, nascosto tra le vie dei pignatari, si trova il Museo delle Ceramiche di Calabria, scrigno di una tradizione che non è solo arte, ma gesto, memoria, comunità.

«Nel 2005 ebbi occasione di conoscere l'esperto in ceramica meridionale Guido Donatone e mi chiesi come mai dall’83 nessuno si fosse più occupato di approfondire gli studi sulla ceramica di Calabria». Da questa domanda nasce il percorso di ricerca della storica dell’arte Monica De Marco, curatrice della collezione oggi esposta nelle sale del Museo di Seminara. La realizzazione del museo è il risultato di un progetto che ha unito recupero, studio e visione.

Con il Centro Studi Esperide, De Marco dà avvio ad una serie di studi e concepisce una collana sulla ceramica di Calabria, curata da Donatone. In seguito, su richiesta della Provincia di Reggio Calabria e dell’assessore Santo Gioffrè, si apre lo studio su Seminara. La curatrice chiarisce il nodo metodologico che ha orientato l’intero lavoro: «La ricerca, che inizialmente doveva partire dalle testimonianze più antiche, si strutturò invece a ritroso: dalle forme più recenti verso quelle più remote. Una sceltache si rivelò decisiva per gli studi successivi. Procedendo all’indietro comprendemmo la continuità della tecnica a sottovetrina, ultimo approdo medievale custodito dai pignatari, e la matrice bizantina che attraversa secoli di produzione». Da questa consapevolezza prende avvio la fase di documentazione: un’attività capillare nei principali centri figulini della regione, nata dall’urgenza di salvare le testimonianze di maestri ormai senza discepoli. Si studiano oggetti, forme, tecniche e testimonianze che rischiano di scomparire ricostruendo un patrimonio disperso tra case, botteghe e archivi privati.

Nel 2011 nasce il Museo, istituito dal Comune di Seminara insieme al Centro Esperide e diretto dall’architetto Mario Panarello. Nel 2018, dopo anni di acquisizioni e studio, la collezione, oggi, conta di oltre 600 opere, ciascuna accompagnata da una scheda tecnica, rappresentative dell’intero panorama ceramico regionale. L’allestimento, curato da Monica De Marco, permette al visitatore di leggere la ceramica come racconto di comunità. Il museo è aperto al pubblico con modalità di visite indicate nel sito istituzionale del Comune di Seminara.

Prima sala – Gerace e la maiolica secentesca

La prima sala è il cuore scientifico del percorso. Qui si comprende perché il Museo non sia solo un luogo espositivo, ma un laboratorio di ricerca: i reperti provengono da tutta la regione e sono oggetto di studio continuo. «La mostra sulla maiolica di Gerace ci ha permesso di ampliare gli studi – spiega la studiosa De Marco – molti vasi seicenteschi da farmacia circolavano in Sicilia e a Malta, con commesse documentate dei Cavalieri di Malta e da speziali e spezierie siciliani. Affianchiamo la ricerca sui materiali a quella d’archivio per arrivare a deduzioni scientifiche sia da reperti integri che da scavo». Nella sala si conservano i pezzi più preziosi della collezione: due vasi da farmacia, top della produzione geracese del Seicento. Il primo, datato Gerace 1617, reca l’iscrizione «Iacovo Cefali di Nicastro»ed è decorato in policromia su fondo scuro, con motivi geometrici e fitomorfi. Il secondo, datato 1678, è firmato dal maestro Alessandro Mandarano, che introduce un repertorio locale riconoscibile dalle foglie di agave calabrese mescolate ai motivifloreali. Sebbene nati nelle botteghe medievali di Gerace, oggi questi manufatti sono custoditi a Seminara insieme a una ricca collezione di maiolica geracese del XVII secolo. Nella sezione non mancano le maioliche di Squillace con decorazioni in blu dei vasi da farmacia e arbarelli destinati a corredi di spezierie storiche e monasteri. La raccolta ha avuto risonanza internazionale con la mostra itinerante «Da Venezia alla Calabria: la maiolica secentesca di Gerace riscoperta», esposta a Napoli e al museo MUŻA de La Valletta.

Seconda sala – Le due argille e le storie dell’uso quotidiano

La seconda sala mostra le due anime della ceramica calabrese: argilla bianca e argilla rossa, tradizioni che generano oggetti, funzioni e simboli diversi. Molti manufatti raccontano una storia di lavoro ed economia artigianale. I giarrari, maestri dell’argilla rossa, realizzavano mastelli per il bucato e contenitori da dispensa capaci di trattenere l’olio senza stagnatura. La funzione di mantenere l’acqua fresca si ritrova nei vasi di Sant’Andrea dello Jonio, detti vummini quarini i praia: l’argilla era impastata con acqua e sabbia di mare, e sulla superficie si riconosce la mica. Una vetrina è dedicata ai bianchi pignatari e argagnari: Soriano è l’esempio tipico dei centri che lavoravano entrambe le argille, con due filiere distinte. I bianchi di Gerocarne producevano anche ceramiche di pregio estetico, come i vasi per il miele, detti “vasi i meli”, legati alla tradizione dei mostaccioli fatti di miele e farina. Accanto a questi compaiono i vasi ornamentali di Nicastro, fine Ottocento, inizi Novecento con le vozze rosse decorate con lievi pennellate di caolino. La curiosità più affascinante è quella delle vozzarelle ricamate, piccoli vasi che erano doni di fidanzamento: manici intrecciati, fronzoli, un fiore quando era il ragazzo a regalarla; un galletto quando era la ragazza a ricambiare.

Terza sala – Seminara, la firma del riporto

La sala, dedicata a Seminara, espone i frammenti più antichi: scarti di prima cottura medievale, reperti decisivi che permettono di collocare la produzione prima dell’Ottocento. La tecnica è il tratto distintivo. Il riporto, che consente di applicare elementi plastici a rilievo – foglie, grappoli, ricci, volti, animali – trasforma un vaso in una narrazione. I colori sono quelli della terra: verde ramina, giallo paglino, ferraccia. Il museo conserva numerosi stampi in terracotta e gesso, diversi per ciascuna bottega. La produzione era spesso seriale, destinata alle fiere e ai pellegrini: bumbule, cuccume, boccali, borracce, fiasche del pellegrino a forma di pesce, fiasche a ruota, gabbacumpari, maschere apotropaiche. Le maschere, ancora oggi diffuse in tutta la Calabria, erano la soluzione economica per chi non poteva permettersi i mascheroni in chiave d’arco sui portali. Come spiega De Marco, non rappresentano volti umani, ma entità animistiche: lingua, denti, naso pronunciato, corna sono elementi funzionali alla loro forza simbolica. Su queste sappiamo qualcosa ma non tutto, spiega la studiosa, curatrice del volume "Seminara: dall'arte dei pignatari alla ceramica d'arte", scaricabile da www.academia.edu. Accanto alle maschere compaiono i ricci e numerosi fischietti a camera chiusa e fischietti ad acqua. Del celebre Babbuino, figura antropomorfa caricaturale, si conosce l’intero percorso. Negli anni Venti le botteghe di Seminara rappresentano la Calabria alla Biennale di Monza. «L’architettoFrangipane porta nuovi modelli e gli artigiani realizzano oggetti mai prodotti prima: lampade pensili, fiasche a ruota incrociate, borracce di forme insolite, come quella a biscia attorcigliata».Dopo la guerra la produzione d’uso comune viene abbandonata: Seminara si orienta verso una ceramica artistica di matrice corale e popolare. «I pignatari di Seminara avevano imparato il rispetto per l’arte dalle loro famiglie. La dignità dell’artigiano non era negoziabile: avevano un forte senso della storia», ricorda la studiosa De Marco.  All’epoca esistevano una trentina di botteghe; oggi ne restano sette, eredi di un sapere che non gode più della stessa coralità comunitaria, ma che continua a resistere.