
di DON FRANCESCO CRISTOFARO
Oggi è la festa della presentazione di Gesù al Tempio (quella che in altri termini, chiamiamo festa della Candelora). Si celebra anche la giornata della vita Consacrata. Un’occasione in più per pregare e per riflettere sulla bellezza, sulla grandezza di essere uomini e donne consacrati a Dio. In queste ore la notizia sta facendo il giro del web, dei giornali, della TV, come era prevedibile. Don Alberto Ravagnani, uno dei sacerdoti più conosciuti sul web , ha deciso di lasciare il ministero sacerdotale. Io non ho mai conosciuto personalmente il don. Mi sarebbe anche piaciuto. I primi tempi, i suoi contenuti erano molto belli, freschi pregni di Vangelo. Poi, sicuramente, abbiamo tutti incominciato a notare un cambiamento: non indossava più il colletto da Prete, un’eccessiva cura del corpo (nulla di sbagliato andare in palestra) e altre cose che facevano notare un cambiamento o il non voler essere più prete in quel modo. E tutto questo per dire, “i giovani non si avvicinano alla Chiesa”. Confesso che diverso tempo fa, parlando con alcuni sacerdoti, dissi: “credo che se Don Alberto non si lasci aiutare, arriverà ad abbandonare il sacerdozio”. È chiaro che mi dispiaccia tanto che un confratello abbia fatto questa scelta. Non è una scelta facile. E non è una scelta che si fa da un giorno all’altro, a cuor leggero. Non so in questo momento cosa ci sia nel suo cuore: è sereno? E’ triste? Ha qualcuno vicino che lo sostiene? Prego per te, caro fratello, perché possa trovare la tua serenità e la tua strada.
Questo mi consente di aprire una parentesi, forse due.
Innanzitutto, credo che i sacerdoti abbiano bisogno di un confronto continuo con i propri superiori e di un sostegno continuo. Non possiamo limitarci all’incontro di aggiornamento del clero che a volte si diserta anche perché pensiamo di non averne bisogno di quelle ore di fraternità, o a qualche riunione pastorale dove si partecipa in assemblea e forse si riesce a stringersi soltanto la mano tra confratelli o con il proprio Vescovo. Sicuramente, non bisogna avere paura di confrontarsi con i propri superiori perché chiudersi è già la morte.
Un giorno il mio Vescovo, in uno degli incontri personali mi disse una cosa che mi tocco il cuore e mi fece comprendere moltissimo. Mi disse: “ ti seguo, sai. Leggo ciò che scrivi, vedo ciò che fai. Mi raccomando però non stancarti”. Voi pensate che in queste parole non c’è niente di straordinario? E invece no! C’è tantissimo. C’è attenzione, c’è cura. C’è presenza. Dall’altra parte c’è bisogno di accogliere le parole che ci vengono dette e c’è una virtù che è importantissima, saper obbedire. Uno potrebbe pensare o potrebbe dire : “ il Vescovo non mi capisce . Non apprezza i miei doni, vuole tarpare le mie ali “. Ma no! I doni non vengono dagli uomini vengono dallo Spirito Santo e nessuno li può soffocare, ma se vengono usati male abbiamo bisogno anche di chi ha il coraggio di dirci la verità a costo di renderci infelici in quel momento.
Bisogna trovare più momenti di dialogo, di fraternità, momenti per stare insieme.
I social sono una grande opportunità. Noi diciamo che sono importanti per evangelizzare, per far veicolare i contenuti, le notizie, i messaggi. Bisogna però dire che tanti di quelli che si definiscono missionari digitali creano contenuti ma che non hanno contenuti di fede. Le tv cercano questo: il prete con più followers, il prete più bello d’Italia, il prete così e così. Un prete che prega non fa notizia. Non fa audiance.
I giovani. Oggi i giovani non abitano i social se non una piccolissima parte. Allora, a cosa servono alcuni contenuti creati per i giovani se i giovani non li seguono? Ma poi vogliamo dirlo una volta per tutte: e tutti gli altri fedeli e tutte le altre persone dove le mettiamo? Ok, tolgo il colletto per non allontanare i giovani, ma se allontano tutto il resto delle persone non è peggio? E perche’ un fedele che ama vedere il suo don vestito da prete deve essere etichettato con “bigotto”? Ma poi, cosa ha di così mostruoso un colletto da prete? Quando vado dal medico, non mi chiedo perché sta indossando il camice. per Me quello è il medico e io ci vado perché ho bisogno di lui.
E’ il cattivo prete che allontana non il suo colletto. E l’ipocrisia che allontana non l’abito talare.
Ogni giorno sul tavolo del mio ufficio parrocchiale, trovo decine di lettere da tutta Italia con storie e sofferenze incredibili. Arrivano email, messaggi.
Tutto questo richiede tempo, amore, energie. Non dobbiamo portare gli altri a noi stessi. Li dobbiamo portare al Signore. Allora, farei a me stesso e agli altri missionari digitali (che non sono influencer)qualche domanda:
1. Cosa vuoi veramente trasmettere con i tuoi contenuti?
2. I tuoi contenuti hanno davvero un messaggio di fede?
3. Anziché lasciare il sacerdozio, o la vita Consacrata saresti in grado di chiudere tutti i tuoi canali social?
In ultimo, a chi è credente e ha il dono della fede, chiedo di pregare per noi e di aiutatarci ad essere consacrati secondo il cuore di Gesù.
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