Festa della Repubblica, Mario Arcuri ricorda Aldo Moro

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  01 giugno 2026 19:28

di MARIO ARCURI

Ottant’anni dopo il referendum del 2 giugno 1946, l’Italia è chiamata non solo a ricordare la nascita della Repubblica, ma a interrogarsi sull’anima profonda della sua democrazia. Quel voto non segnò soltanto il passaggio dalla monarchia alla Repubblica: aprì una stagione nuova, nella quale un Paese ferito dalla dittatura e dalla guerra cercò di ricostruire se stesso su basi morali, civili e costituzionali.

La Costituzione italiana nacque dall’incontro alto tra culture diverse: cattolica, liberale, socialista, comunista, azionista. Fu un’opera corale, non confessionale, e proprio per questo grande. Ma dentro quella coralità vi fu un contributo originale e decisivo di uomini credenti che seppero portare nella costruzione della Repubblica non una pretesa di parte, ma una visione dell’uomo.

De Gasperi, Dossetti, La Pira, Lazzati, Moro, Giordani e tanti altri interpretarono l’impegno politico come servizio. Avevano conosciuto il fascismo, la guerra, la fragilità delle istituzioni quando si separano dalla coscienza morale. Per questo contribuirono a porre al centro della Carta non lo Stato, non l’ideologia, non il potere, ma la persona umana, la sua dignità, i suoi diritti e i suoi doveri.

In questa prospettiva appare particolarmente significativa la figura di Aldo Moro. Nel mio studio sulla sua spiritualità politica ho ricordato come Moro entri direttamente nella vita politica proprio il 2 giugno 1946, quando viene eletto all’Assemblea Costituente come indipendente nelle liste della Democrazia Cristiana. Non vi entra da uomo di apparato, ma da giurista, da intellettuale cristiano, da credente capace di leggere la storia alla luce della responsabilità.

Alla Costituente Moro porta una convinzione profonda: la politica non può assorbire tutta la vita, ma senza una politica sana e libera l’uomo perde lo spazio nel quale costruire il proprio mondo. È questa la grande lezione morotea: la fede non pretende di sostituirsi alla politica, ma la illumina; non cerca privilegi confessionali, ma educa alla responsabilità, alla mediazione, al dialogo, al primato della persona.

Per questo il contributo dei cattolici alla Costituzione non fu nostalgia di cristianità, ma maturazione democratica. Fu la scelta di una laicità positiva, capace di distinguere il piano religioso da quello politico senza separare la coscienza dalla vita pubblica. Una laicità non ostile alla fede, ma aperta al contributo di tutti per il bene comune.

Oggi, mentre cresce la sfiducia verso la politica e spesso prevalgono individualismo, rabbia e disimpegno, tornare a quei padri cristiani della Costituzione non significa rifugiarsi nel passato. Significa piuttosto lasciarsi provocare.

Che cosa vuol dire oggi servire il bene comune?
È ancora possibile pensare la politica come forma alta di carità?
I cristiani sono ancora capaci di abitare la città degli uomini con competenza, umiltà e coraggio?

La Repubblica ha bisogno di memoria, ma soprattutto di coscienze. Ha bisogno di cittadini che non considerino la Costituzione un monumento da celebrare una volta l’anno, ma un patto da vivere ogni giorno.

Il 2 giugno ci ricorda che la democrazia non nasce una volta per sempre. Va custodita, educata, difesa. E i cristiani, se vogliono essere fedeli al Vangelo nella storia, non possono restare spettatori.

Perché la fede autentica non fugge il mondo: lo attraversa. Non cerca potere: assume responsabilità. Non divide: costruisce ponti.

È questa, forse, l’eredità più attuale dei padri cristiani della Costituzione.

 


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