




Al Festival d’Autunno, al Politeama di Catanzaro, una carriera di oltre sessant’anni tra repertorio popolare, scena e nuove aspirazioni
18 ottobre 2026 10:35di VITTORIO PIO
Dal 1964 sul palcoscenico, Massimo Ranieri continua a fare della canzone un fatto teatrale. Al Teatro Politeama di Catanzaro, per il Festival d’Autunno, "Tutti i sogni ancora in volo (e continuano a volare)" attraversa oltre sessant’anni di carriera, alternando successi storici, pagine più recenti e ricordi personali. In una sala sold out, la platea ritrova canzoni entrate nell’immaginario comune, ma anche un artista che non considera concluso il proprio percorso.
Ranieri è un interprete dalla gestualità marcata, incline a enfatizzare ogni passaggio. Talvolta eccede, ma la sua familiarità con la scena resta indiscutibile. "L’istrione" ne mette subito in evidenza la vocazione; "Erba di casa mia" trova la risposta corale della platea, mentre "La casa di mille piani" e "Mi troverai" riportano al centro il versante melodico, con qualche incertezza sulle note più alte.
Con "Scherza con l’amore" l’ammirazione della sala si manifesta con particolare convinzione. "Se bruciasse la città" restituisce invece il Ranieri più esuberante, tra mosse da ballerino e calzini rossi in evidenza. Quando arriva "Rose rosse", il teatro sfiora il karaoke: tutti conoscono le parole e cantano insieme a lui. È la dimostrazione più immediata della longevità di un repertorio che non ha perso la propria presa popolare.
La formazione, composta da dieci musicisti oltre al cantante, sostiene lo spettacolo con un organico articolato tra pianoforte, tastiere, chitarre, percussioni, violino e fiati. In "Ho bisogno di te" si distingue il sax soprano di Max Filosi. "Pigliate ’na pastiglia" di Renato Carosone introduce invece una parentesi ironica e ritmica, nella quale Ranieri si diverte con la gestualità e il gusto della caricatura.
Nella seconda parte, seduto su uno sgabello e in smoking blu, mostra una dimensione più raccolta. "Anema e core" suggerisce una vocalità vicina a quella del crooner americano, forse oggi più congeniale alle sue possibilità espressive rispetto alle interpretazioni più cariche. Quando lascia respirare la melodia, la voce trova una misura diversa.
Il presente discografico è rappresentato da "Di me di te", tratto dall’album "Tutti i sogni ancora in volo" del 2022. Il disco non è soltanto il riferimento del titolo dello spettacolo: con brani come questo, "La mia mano a farfalla" e "Dopo il deserto", Ranieri mantiene vivo il dialogo con autori e sonorità differenti. La canzone dedicata a Bruno Lauzi, su musica di Gianfranco Fasano, sorprende per la sua impronta caraibica, quasi da mambo, lontana da qualsiasi ripiegamento intimista.
Uno dei momenti più intensi arriva con "Dopo il deserto", composta da Ivano Fossati. L’introduzione soul di Cristiana Polegri prepara l’ingresso della voce di Ranieri, che ringrazia pubblicamente l’autore. Il ricordo riporta al passaggio di Fossati proprio al Politeama, il 2 dicembre 2011, con il "Decadancing Tour", la tournée che segnò l’annuncio del suo ritiro dai concerti dal vivo. La canzone diventa così un incontro tra percorsi artistici e vicende della musica italiana.
In "Lettera al di là del mare", presentata a Sanremo nel 2022, la sua cifra scenica trova una materia particolarmente adatta. Il viaggio, la lontananza e le ferite della migrazione si trasformano in racconto. Qui l’enfasi non è soltanto un tratto interpretativo: dà corpo alla narrazione e sostiene una prova di forte intensità.
La musica si intreccia con l’autobiografia quando Ranieri racconta la scelta del proprio nome d’arte e torna all’infanzia nel Pallonetto di Santa Lucia, in via del Pallonetto, a Napoli. Ricorda che allora dalla strada si vedeva il mare, mentre oggi quella visuale è scomparsa, cancellata dalle trasformazioni urbane. È un dettaglio semplice e concreto, che restituisce la distanza tra il bambino cresciuto in quel quartiere e l’artista affermato sul palco del Politeama.
Con "Vent’anni" riaffiora uno dei brani simbolo della sua consacrazione popolare. Nel racconto dei desideri che ancora lo accompagnano, Ranieri lascia intendere di voler proseguire il cammino, senza considerare il proprio percorso una storia già conclusa. A confermare questa volontà arriva "Il giorno prima", presentata come una nuova canzone: non un semplice intermezzo nella celebrazione dei successi, ma un segnale della sua intenzione di continuare a esplorare nuove pagine.
Il finale è affidato a "Perdere l’amore", il suo brano-simbolo. La canzone restituisce una delle interpretazioni più rappresentative della sua carriera e chiude idealmente il percorso tra passato e presente. Ma lo spettacolo prosegue con il bis: "Tu vuò fà l’americano" di Renato Carosone, proposta in una versione sincopata. Ranieri torna in scena con giacca bianca e cappello rosso, accentuando la componente spettacolare e il legame con la tradizione napoletana. La rilettura ritmica del classico offre un’appendice vivace, coerente con la sua inclinazione istrionica.
La premiazione finale porta sul palco Tonia Santacroce, che ricorda di aver ascoltato "Rose rosse" fin da bambina. Il suo racconto restituisce una dimensione personale a una canzone che poco prima aveva coinvolto la platea quasi in forma di karaoke: il repertorio di Ranieri attraversa le generazioni e si deposita nelle storie individuali.
Il concerto convince, ma non in modo uniforme: la gestualità insistita e qualche incertezza sulle note più alte mostrano i limiti di un interprete che talvolta forza la propria presenza scenica. Tuttavia, proprio gli episodi più riusciti spiegano perché il bilancio resti nettamente positivo. In "L’istrione", "Se bruciasse la città" e nel bis di "Tu vuò fà l’americano", l’eccesso diventa una cifra spettacolare coerente; in "Anema e core", "Dopo il deserto" e "Lettera al di là del mare", invece, Ranieri dimostra di saper ridurre il gesto e affidare l’efficacia alla voce, alla melodia e alla narrazione. La risposta corale a "Erba di casa mia" e soprattutto a "Rose rosse" conferma la solidità del legame con il pubblico, mentre "Di me di te", "La mia mano a farfalla" e "Il giorno prima" attestano che il concerto non vive soltanto di memoria. Il risultato è dunque più di una celebrazione nostalgica: è il ritratto di un artista ancora capace di trasformare il proprio mestiere in racconto, anche quando deve misurarsi con il tempo. La sua forza non sta nell’ignorare i limiti del presente, ma nel farli dialogare con una teatralità riconoscibile, con un repertorio ancora popolare e con il desiderio, dichiarato e praticato, di continuare a cercare nuovi sogni e soprattutto canzoni.
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