
di FRANCO CIMINO
"E sei è arrivato già, amico mio! Ti aspettavamo da prima. Credevamo venissi dopo. Temevamo che non venissi più. E invece sei qui, nell’altra tua città, la terza di quelle che della tua terra hai amato e nelle quali sei vissuto, in ciascuna di esse donando pienamente una parte della tua vita. Tre vite che la missione che hai scelto ha tenuto sempre insieme collegandole senza soluzione di continuità. In una sola grande vita. Satriano è la prima, come Catanzaro che non è la terza, come non lo è Squillace dove ti recherai qualche giorno dopo di noi. Ciascuna di queste ti ha donato tanto, ciascuna segnando il tuo cammino fino a quello di vederti partire “per sempre” da noi.
E adesso sei qui ad insegnarci che la terra in cui si è nati e nella quale restano radici profonde e incancellabili, la terra che ci attende e paziente aspetta di vederci tornare, non ha confini, non ha recinti e divisioni come muri. Non è parte separata né geograficamente né istituzionalmente da altre terre. Sei qui ad insegnarci che se la si ama, la terra da cui si parte, si deve amare tutto ciò che incontreremo nel nostro cammino. Tutte le terre che “ cammineremo”, tutti i mari che solcheremo, tutte le montagne che saliremo, tutte le bellezze che incontreremo. Ché la terra è una sola e non è di nessuno ma di tutti. Ed è di ciascuno in quanto lo è di tutti. È la mia, e la tua, e la sua, è la terra di dell’umanità. E va rispettata, difesa, da ogni insidia e da ogni violenza. Da ogni bramosia di potere di chiunque pensi di potersi fare più forte rubando la terra degli altri.
E adesso sei qui nella città nella quale hai fatto grandi cose. Hai attraversato la sofferenza dei diseredati. Nelle vie più segrete, più nascoste e più buie, sei andato a cercare gli ultimi. Eri un giovane prete e ti si confondeva con gli altri giovani perché somigliavi loro. Non soltanto nel vestire, tranne quella camicia grigia col collo bianco che non sempre tra l’altro portavi. Somigliavi loro in ogni bellezza. E negli occhi sempre tristi. E nel sorriso che esso stesso si schiudeva nelle labbra, quando quelle dei compagni di strada restavano serrate. Qui hai dato una casa a quei ragazzi che erano fuggiti dalla propria o vi erano stati cacciati. Ovvero, con la famiglia, non avevano affatto un tetto sotto il quale dormire. Hai donato agli uomini abbandonati e alle donne sole e violate la compagnia di compagni come loro nella solitudine, affinché condividendola potessero insieme uscire dalla stessa e ritrovarsi uomini e donne che camminano sullo stesso sentiero.
Quello della dignità umana e della riconquista piena del sé che avevano abbandonato in un io che è stato disprezzato dagli altri. Alla fame degli affamati di pane e di affetto, hai offerto il pane e l’affetto. Il pane che andavi tu stesso a “elemosinare” tra quanti ne avevano troppo e lo gettavano nella spazzatura con gli avanzi delle tavole troppo imbandite. L’affetto l’hai donato dal tuo personale. E da quelli che stavano accanto a te, e che sempre crescevano nel progetto di solidarietà che avevi anche attivato dal punto di vista organizzativo e istituzionale in quella grande casa che porterà per sempre scolpite nelle pietre basilari il tuo nome.
Hai donato l’affetto dal loro stesso cuore per lungo tempo inaridito come la terra arsa dal sole. Perché se non ci si ama non si riesce ad amare gli altri. Specialmente i più lontani. Si crede nell’amore se tale si dona agli altri. E adesso sei qui. Per ricevere i grandi onori che meriti, ma che nulla aggiungono alle importanti “onorificenze” che ti hanno dato quegli abbracci e quelle carezze e quegli occhi pieni di lacrime dei tuoi ragazzi e di quelle donne maltrattate, abbandonate, umiliate. Nulla aggiungano alla carezza che ti è stata data da Francesco, che ti ha amato fin dal primo vostro incontro. Quel Papa che tra i suoi ultimi gesti, quasi avesse resistito col soffio del debole respiro, oltre ogni immane sofferenza, per poterli fare, ha compiuto quello della tua elevazione a cardinale. Anello del buon pastore al dito e sul capo la berretta rosso porpora. Dalle sue mani sante. Ora sei qui. Per noi sei Cittadino onorevole da sempre. Torni con la tua umiltà che non ti fa guardare a questo “titolo” come a una medaglia d’oro. Oppure a un privilegio. Arriverai in auto e accompagnato direttamente nella nuova elegante sala consiliare, di rosso colore. Ma so che tu vorresti fare a piedi un lungo percorso tra quelle stesse vie che ti hanno visto cercatore d’umanità. E di Bellezza. Ti rammento una cosa, che sono certo il tuo cuore ha trattenuto. Ero giovane allora, e facevo politica sin dai miei quattordici anni. Sempre dalla stessa parte nella quale idealmente sono rimasto.
Tu eri ancora più giovane. Un ragazzo proprio. Con il crocefisso sul petto e il Vangelo in tasca. Non ti avevo ancora incontrato di persona, ma sapevo delle tue fatiche e dei tuoi bei pensieri intorno alla umanità da riscattare in una città che non la comprendeva e non la sosteneva. Mi incantavano le tue parole poetiche e di come esse diventavano carezza sulle ferite. E stimolante gioia nel mio cuore, che le imparava quasi a memoria. Come una poesia alle scuole elementari. Dalle tue parole, dai tuoi pensieri forti, dalle tue battaglie, ho tratto ispirazione per le mie. E quel rigore morale per mantenermi sempre degno di sostenerle insieme ai miei grandi ideali democratici e cristiani. Ti scrissi allora una lettera aperta, simile a questa.
Ti proponevo, provocatoriamente, quale Sindaco ideale della Città. Mi piacerebbe che domani, utilizzando una consuetudine di Roma, tu venissi eletto Sindaco anche per un giorno. E ti trattenessi in quelle intense ore per avviare ciò che serve alla nostra città. Così, qualche deliberazione contenente quei propositi e l’impegno del Consiglio che domani ti festeggerà, di attuarli. Che bello sarebbe! Mi piacerebbe anche, e te lo chiedo proprio da questa pagina, che tu ti facessi Maestro. Domani. E che salendo sullo scranno più alto facessi a tutti noi una grande lezione. Da non dimenticare. Ma non sulla morale o sui principi della nostra fede cattolica. Neppure sul Vangelo. Una lezione politica. Sulla Politica. Ecco sì, parlaci della Politica. Spiegaci il suo profondo significato. La sua funzione. Il suo valore. La sua necessità. Parlaci in essa della Polis. Cosa sia effettivamente oltre il modello di Stato ideato dai filosofi greci. Che Polis significa Città. Cioè terra, territorio. Case e scuole. Università. Mobilità nella libera circolazione di merci e persone. Tutti da proteggere, salvaguardare. Valorizzare. Significa persona. La Città é persona. Che accoglie, salva, protegge le persone e crea per loro gli spazi più idonei per vivere insieme liberamente. Anima.
É, anima, la sua, della Città. Anime pure, che si muovono nel corpo vivo dei cittadini. Cittadinanza. Città significa cittadinanza, nella quale risiedono i diritti nella stessa misura dei doveri. La Città è storia, la sua. Antica e recente. E storie delle persone. Storia e storie che vanno comprese e difese. Rinnovate nel cammino che faranno i nostri ragazzi. Significa in quelle, partenze fiduciose e ritorni festosi. Storie significano piazze degli incontri e cimiteri della custodia. Quindi vita. Vita attiva. Vita della memoria. E vita riposata. Città significa responsabilità. Intesa come individuazione delle responsabilità e come assunzione della stessa. Delle quali risponderne sempre. Significa partecipazione. Dei cittadini. Da garantire. Da pretendere. Da agire per ogni cambiamento che cambi realmente in meglio la realtà. Anche rivoluzione, quella possibile. La democratica. Città é vita. E, quindi, Pace. Che costruisce la pace al suo interno e per la pace nel mondo di batte. Spiegaci il valore del mare, il mare della nostra Città. E dicci degli sguardi di bambino sul tuo che vedevi dalle terrazze naturali della tua Davoli. Parlaci della Politica. E spiegaci che Politica non è solo lo spazio della manifestazione delle idee, ma dell’incontro delle più diverse, che diventano, per il bene della gente, una sola senza perdere nulla della propria forza e del proprio contenuto. Che Politica non è solo “ la forma più alta di carità”, ma quella della più profonda moralità. E che moralità significa non solo non rubare denaro e risorse, ma il consenso della gente ingannandola con false promesse o negando la parola data.
Politica sono le istituzioni, la chiesa laica della Democrazia, nelle quali si sta con dignità e onore. E con quel rispetto religioso che i fedeli veri hanno per la loro chiesa. Politica come servizio gratuito e disinteressato, che rifugga dalla tentazione di quel potere privo di idealità, per il mantenimento o il raggiungimento del quale si tradiscono gli insegnamenti ricevuti. Anche quelli sin dall’inizio mali appresi. Insegnaci che fare Politica, anzi la Politica è l’attività umana tra le due piu belle in assoluto. L’altra è quella che fai tu, per la quale ci vuole una grazia in più. Quella che viene dall’Alto. Se avrai tempo di leggermi tutto, troverai in sintesi molto delle cose che ho imparato anche da te.
Ti abbraccio fortemente grato".
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