Franco Cimino: "Il Natale di questa attesa"

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Franco Cimino
  24 dicembre 2020 17:49

di FRANCO CIMINO

Ma che bella settimana, questa, della lunga vigilia di Natale! Sole pieno su tutte le Città. E sulla mia, in particolare. Ieri sembrava estate. Da Sant’Elia a Marina, 20/21 gradi fissi sul termometro. Anche nel pomeriggio e fino a sera, quando una piccola copertura il sole pretendeva di intimorire, senza riuscirci. Il cielo, sempre bello, ha fatto persino riposare, in tutti questi giorni, il vento, sempre amico, di Catanzaro. Le albe e i tramonti l’hanno pure colorato, il nostro cielo, di tinte nuove. Non erano il giallo-arancio, né il rosa tenue o il rosso fuoco, o il grigioceleste e il bianco-avorio, che vediamo tutti i chiari giorni. No, tanti colori, ognuno diverso, invece. Tocchi cromatici pieni di magia, che non saprei definire.

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Tutti insieme hanno composto una melodia, struggente, alla quale ciascuno di noi potesse aggiungere le parole. Ogni colore singolarmente rappresentava un pensiero, un sentimento, un proponimento. Quello che chiunque avesse potuto dargli. E potrebbe ancora oggi, il ventiquattro, giorno di vigilia autentica. Ché il sole è ancora alto e quando scenderà sull’imbrunire e sulla sera, altri colori cangianti, sugli stessi di sempre e quelli di ieri, dipingerà. Eccoli i miei: il rosa che non è rosa, è il colore delle donne. Di mia mamma e di Lei, per la loro mancanza in questo giorno che scioglie il pianto in sorriso. Quello delicato della nostalgia. Il rosa dell’altra mia mamma e per tutte le mamme, che lottano quotidianamente vincendo dolori e nascondendo stanchezza e sofferenza. E lacrime di un pianto vero, per i loro figli perduti e per quelli ritrovati, per quelli partiti e che sono ritornati. Anche per il solo giorno della vigilia e del Natale, che nuovamente li vedrà partire e poi ritornare. Per la donna che lotta e spera. Contro ogni violenza e nella libertà. Anche dell’uomo, affinché si rinnovi e delle sue prigioni di falso potere si liberi e da lì si incammini verso un orizzonte nuovo. Il giallo-arancio modificato, è il colore del dolore compreso, capito, condiviso. E della sofferenza nella malattia. Per i settantunomila morti di questa assurda guerra, il cui nemico che l’ha dichiarata porta un nome più stupido che brutto. E per i due milioni di colpiti e gli oltre duecentomila “ feriti”, che hanno sofferto in ospedale anche la paura di non farcela. Per tutti i familiari che per loro hanno trepidato e quelli che hanno dovuto trasformare la preghiera in dolore della perdita.

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Il grigioceleste, diverso dai precedenti grigioceleste, è il colore della umiliazione e della dignità di quanti soffrono la fame e dei tanti come noi che sono caduti nella povertà. Il sottile filo scuro che li mescola è quello dell’ingiustizia, che povertà genera e i poveri moltiplica. Il rosso modificato è quello del ricordo, della memoria che ha paura di stessa e di perdersi nella dimenticanza. Delle persone amate, del tempo che fu, delle lezioni apprese, dei libri letti. Dei luoghi abitati. E quella casa di un tempo dove non c’era nulla e c’era tutto. Le vie e il cortile, lo spiazzale sterrato, dove si giocava fino a quando non vedevamo spuntare un nostro genitore, che insieme gli altri come da appuntamento, venivano a prelevarci, perché c’erano i compiti da fare e iniziava a fare freddo. Il colore degli amici e dell’amicizia. Volti che restano fanciulli anche se li ritroverai invecchiati. E nomi che declami come una poesia. La tua più gradita o quella che non ti piaceva, che hai imparato a memoria, ché le poesie allora si imparavano così. Perché ti restasse in mente, tanto prima o poi l’avresti capita e apprezzata, almeno una divenendo colonna sonora della tua vita. Rosso modificato è il colore delle narrazioni, quali favole delle nonne, le fiabe delle maestre, i racconti della mamma, la più robusta memoria di noi. Di quel che eravamo. Che stavamo per diventare e che saremmo voluti essere e non siamo diventati e non siamo, ma che forse saremo se riascolteremo le parole della madre. E quelle del padre, che in te credeva e della sua saggezza “ ignorante “ dei tuoi libri di dottore ti ha riempito il forziere dei tuoi saperi e dei valori, i suoi. È il colore, questo rosso, dell’Amore che tutto spinge in avanti e innalza, gli ideali, il sogno. E le idee che vi mettiamo dentro. Alla ricerca dell’Utopia quale forma più alta della realtà in divenire. Da far divenire. Il “biancavorio” è il colore della speranza. Che il mondo cambi e l’uomo, che deve farlo cambiare, il suo cuore e la sua mente rinnovi. Il verde, che è degli alberi e dei prati, il candido della neve che è dei monti, il melarancioprugnaciliegio, che è dei frutti, non si vedono, ma in esso, mescolati, ci sono. È il colore anche dei viandanti, dei pellegrini e dei migranti, che della speranza fanno una forza, una lezione, un ammonimento per tutti. È un atto di condanna per quanti, i pochi e agguerriti, e i tantissimi e apparentemente distratti. Sicuramente indifferenti. Anche al rumore che il mare fa, quando intere carrette e gommoni sgonfiati inghiotte, e poi sulla spiaggia, indignato e offeso, sputa i corpi intatti dei bambini. Per ricordarci che non sono diversi dai nostri e che la terra è una sola. Ed è di tutti. Come il mare. Anche se qualcuno su di esso vorrebbe costruirci muri di cemento come confini inaccessibili. Il celeste cangiante, che sopra quei colori teneramente sta, è, infine, il colore dell’Attesa. Quella di sempre, che non la tradizione e neppure la religione, ma Chi è sopra ogni cosa, si tratti della Vita e della Ragione( per i non credenti) e di Dio fattosi uomo (per i credenti), ci prega di coltivare. Di custodire. Di trasformare in presenza quotidiana. In Gesù bambino che dona la vita e la rinnova riempiendola di luce.

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Questo Natale è quasi passato inatteso e incompreso. Non vissuto e quasi dimenticato. Ricostruiamolo da domani come giorno nuovo dentro di noi, impegnandoci ad evitare che il prossimo, come attesa, veda solo la terribile dualità che si è materializzata in questi giorni, e oggi in particolare, nelle due file che, ignorandosi, sostavano, lungamente parallele, sulle strade di questo nostro Natale: la fila fuori dei negozi di ogni “ bene” di consumo e quella davanti ai banchi alimentari della Caritas e del Volontariato, dove dignitosa sfila la gente offesa da chi, in questa società, le ha rubato ogni Bene, tranne quello che non potrà mai esserle sottratto. Ma che bella settimana, questa di Natale! Nell’aria c’era la Primavera. E c’è ancora. Nell’aria.

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