Franco Cimino: "Jole Santelli, cosa resta di lei e le mie domande sospese"

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Franco Cimino
  15 ottobre 2021 14:16

di FRANCO CIMINO

È a quest’ora del mattino che un anno fa la notizia dell’improvvisa morte di Jole Santelli ha fatto rapidamente il giro della Calabria e d’Italia. Anche quelli che, con i certificati medici e la profezia della loro cattiveria in mano, ne prevedevano una non molto distante dalla normale conclusione della legislatura regionale, sono rimasti sorpresi. Quanto ne fossero sinceramente addolorati loro stessi e tanti altri del mondo politico ormai così incattivito e refrattario a ogni sentimento, è subito apparso di poco conto. Ciò che ha immediatamente colpito, me di certo, è stata la drammatica sorte di questa giovane donna. Giovane e bella. Affascinante anche per la sua intelligenza e la forza insistente che ha impiegato per essere diventata dal nulla una donna in politica influente e rispettata. In particolare, a Roma e negli ambienti che contano.

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Era malata da tempo, Iole, lo sapevamo tutti. Di quel cattivo male che, però, paradossalmente, ti fa ben sperare nella vita, di più apprezzandola ed amandola, anche nel modo più istintivo di lottare per trattenersela il più a lungo possibile. Di più ancora, difendendo la propria bellezza. Se di donna ancora con più forza, ché dovere di ciascuno e di curare tutto di sé. Questa lotta per la vita ha primariamente la necessità che sia totale ed esclusiva. Se si vuole vincerla è necessario che si pensi solo ad essa. Nessun altro tempo, nessun’alta fatica, nessun altro pensiero, se non per la vita. Cure, quelle giuste, riposo quello necessario, preoccupazioni che siano quelle per la salute e per la paura dei propri familiari. La paura più grande, quella di perdere la persona cara così duramente colpita. Iole sapeva bene tutto questo. La vita parlamentare, con residenza nella ben sicura Roma, le avrebbe consentito di dare alle sue umane speranze e alla sua lotta, ogni “garanzia” di successo.

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Tantissimi ce la fanno, anche a guarire, perché non lei tra questi? La letalità, grazie ai progressi scientifici, sta progressivamente scendendo su questo terreno, solo pochi anni fa impraticabile. Iole, che sprizza gioia per la vita, questo lo sa bene. Per quanto donna single, come ancora poco elegantemente si dice, era piena anche di affetti importanti. Le due sorelle e i nipoti ancora piccoli che, ricambiati, la adoravano e con i quali, nella sola differenza di una porta sul pianerottolo, di fatto, nella stessa casa di Cosenza vivevano, riempivano quasi tutto il suo cuore. Che amasse, avesse amato, desiderasse amare ancora, come nell’amore intimo si fa, è il dolce, forse dolente mistero, che i suoi occhi neri e belli, hanno saputo conservare nella grande dignità della persona e nella onorabilità con cui, come i suoi abiti eleganti, la vestiva. Una vita serena e per se stessa combattiva, avrebbe dovuto essere la sua cura più efficace. Diversamente da questa, la battaglia sarebbe stata più dura e dall’esito molto incerto. Iole ha scelto di continuare la battaglia di sempre, quella della sua passione, innata o derivata, giovanile. Quella della Politica e per i luoghi delle sue radici.

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Dapprima fu Cosenza, la sua Città, dove non a caso, io cosi amo credere, ha lasciato il suo ultimo respiro. Chiamata a darle una mano a crescere meglio, ha fatto l’assessore e il vicesindaco fino a quel fatidico giorno della chiamata, rumorosa nella città bruzia e sorprendente in tutta la Calabria, alla candidatura a presidente della Regione. Anche su questo, Iole sapeva che i rischi sarebbero cresciuti, anche se non immaginava di certo quelli morali derivanti dalla cattiveria di quanti le correvano dietro, dal giorno della investitura, con il “termometro” in mano, emettendo quotidianamente un bollettino medico come cifra della sua qualità politica e strumento di lotta elettorale, al fine di riproporre il vecchio giochino del voto utile. Una cattiveria che non si è fermata, per taluni politici piccoli piccoli, piccoli, neppure il giorno stesso della morte, quasi accusando Iole di avere con la stessa danneggiato, offeso, tradito, la Calabria. Ché da noi sembra ormai che la pietà e la carità siano stati sostituiti dal disprezzo verso la sofferenza e dalla concezione che essere ammalati sia un torto ai sani e la malattia un insulto ai “ belli”.

Invece, Jole, ha voluto dimostrare che ciò che qui, al Sud, in Calabria particolarmente, sono considerati una debolezza, rappresentano al contrario una forza. Impetuosa. Travolgente. Anche quando inizialmente essa appare sconfitta. Perdente, quasi a conferma di quella atavica debolezza. A prescindere dall’attuale brutta politica di stampo verticistico che a Roma ha deciso pure la sua candidatura come le altre, prima e dopo, Iole ha dimostrato che la donna può salire ai vertici di comando anche nelle istituzioni politiche. Ha dimostrato che una donna calabrese, in Calabria, può diventare presidente della Regione e governarla, due qualità ancora diverse per tutti. Ha dimostrato che la malattia non è una sorta di disabilità totale e impedente, non è un fatto di cui vergognarsi, non è una menomazione da nascondere.

Basterebbe soltanto questo, per far dire, anche a me che ne ero contrario, che merita l’intitolazione della sede della giunta regionale. E, di più, la stima e il rispetto di tutti. C’è una domanda rimasta sospesa, ed anche definitivamente. Una domanda che si è imposta da sola alla luce dello stile diverso di governare che la prima presidente donna aveva introdotto in quella “maschilità del tutto femminile” e viceversa. Questa: con il crescere, nel tempo che fosse venuto, della sua esperienza di governo, che presidente Iole sarebbe stata? Avrebbe potuto realizzare spontaneamente, attraverso quel metodo antico validissimo dell’apprendimento per imitazione, un rinnovamento autentico delle classi dirigenti, facendo emergere le migliori energie, non solo femminili e giovanili, della nostra terra procurando in tal modo un vero ritorno alla Politica con la maiuscola, quella nella quale intelligenza e competenza siano strettamente collegate agli ideali più belli e alla moralità più alta? E, ancora: con questo nuovo spirito e in un progetto di nuova economia, avrebbe saputo trattenere in Calabria o far ritornare ad essa molte di queste energie? Avrebbe “ femminilizzato” , con la sua stessa femminilità distinta, la politica calabrese, i suoi ritmi e il suo linguaggio maschili, il modo di essere di tutta la sua rappresentanza, ricordando a tutti che se Politica è un sostantivo femminile un qualcosa di nuovo dovrebbe pure significare?

Queste le domande, anzi la domanda rimasta irrisolta. E, tuttavia, il fatto stesso che lei l’abbia creata e imposta ne fa atto politico eccezionale suo proprio, della persona e della donna in politica, e scia luminosa per quanti, ad iniziare da Roberto Occhiuto, che ne ha le capacità, vorranno operare per il cambiamento della Calabria. A me personalmente, che tendo con forza ad osservare più le persone che il loro potere, più ciò che vi è dentro di loro che non l’abito festoso indossato, di Iole, donna tenera e forte, fragile e combattiva, interessa anche domandare, pur non ricevendo risposta, cosa ha sentito, in cuor suo, quegli attimi prima del finale passaggio. Mi interessa sapere se ha avuto paura, se ha pianto e pregato. Se ha resistito o dolcemente, affidandosi a Dio, si sia lasciata dolcemente andare. A questa donna, rivelatosi grande e preziosa, io rivolgo il mio pensiero commosso e la mia gratitudine di calabrese. E di uomo, che aspirerebbe ad essere più tenero e femminile in ogni campo del suo servizio sociale e culturale e del suo privato.

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