
di VANNI CLODOMIRO
Compito dello storico non è – sia ben chiaro – quello di sostituire la politica alla storia, confondendo l’una e l’altra in una equivoca mescolanza. Il problema è all’opposto, di intendere o almeno di sforzarsi di intendere più rigorosamente e più a fondo, nel nostro caso, il nazifascismo, sotto lo stimolo vivificante di esigenze politiche e morali del presente, mediante il giudizio, il più equilibrato possibile, dei frutti che esso ha dato nel corso del Novecento. Ovviamnte, qui non pretendiamo di svolgere questo compito, che comporterebbe una serie di studi approfonditi in più direzioni.
Però, per quanto riguarda il giorno della memoria, non si può fare a meno di dire anzitutto che si tratta di una ricorrenza internazionale, celebrata il 27 gennaio, perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa conducevano a termine l’Operazione Vistola-Oder verso la Germania, liberando così il campo di concentramento di Auschwitz: si tratta di una svolta fondamentale nella storia del XX secolo, e proprio per questo non bisogna affievolirne il ricordo, come invece sembra si stia tentando di fare da quando una ventata autoritaria sta passando, o ripassando, negli Stati europei. Perciò non si faccia finta che si tratta ormai di avvenimenti del passato, che vanno pian piano dimenticati come è naturale che sia. Invece no, perché il popolo italiano è stato di faatto, anche con una sorta di suggestione collettiva, trascinato da Mussolini e dai suoi scherani in una guerra invisa, a fianco di un alleato detestato come la Germania di Hitler. E fu l’Italia la vittima di quella forza che sembrava inarrestabile e che invece ha avuto per fortuna una fine inevitabile. Quindi l’Italia non deve assolutamente dimenticare. Mai.
D’altra parte, non appena la dittatura ha allentato la presa, il popolo italiano ha mostrato i suoi veri sentimenti antifascisti e tutti hanno partecipato alla lotta di liberazione nazionale: non solo le forze armate e i partigiani, ma anche i civili, che sostennero la Resistenza pagando un grave contributo di sangue. A riprova di quanto diciamo, vogliamo solo ricordare le scene di giubilo di quell’Italia fascista, la quale, caduto Mussolini, si scoprì improvvisamente antifascista: in tutto il Paese, la gente festeggiava entusiasticamente la caduta del fascismo, e i primi simboli del regime (effigi a rilievo, statue, teste del duce ecc.) venivano letteralmente sgretolati e distrutti. Quella più o meno palpabile percezione di tempi bui, che si era avvertita verso la fine del 1941, sembrava ormai fugata, lasciando il posto alla speranza, forse, di giorni migliori, anche se la strada era ancora lunga.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, Hitler si mostrò furioso con gli italiani, ritenuti imbelli, incapaci di difendersi e, soprattutto traditori: si rafforzava in lui l’idea, fin dalla prima guerra mondiale, di un Paese abituato a tradire. Tuttavia, risparmiava la sua collera a Mussolini, tanto che il 12 settembre lo faceva liberare da un commando delle SS, con quel blitz passato alla storia come operazione quercia. In verità, alle guardie era stato dato l’ordine di ucciderlo, piuttosto che consegnarlo ai tedeschi, ma quell’ordine non venne eseguito: probabilmente, una comunicazione del governo italiano, in cui si raccomandava la «massima prudenza» nei confronti del prigioniero, indusse i suoi custodi a non uccidere il duce. Così, Mussolini venne effettivamente consegnato ai tedeschi: ormai non era più lo stesso uomo: stanco e sfiduciato. Dopo due giorni, era con Hitler, il quale si rendeva conto di avere ormai davanti a sè un uomo diverso, moralmente depresso: tra l’altro, costantemente in bilico tra l’euforia e lo sconforto.
Dunque oggi, avvenimenti così cruciali per la storia d’Italia, e non solo, vanno tenuti sempre presenti nella memoria collettiva. Però intendiamoci: non una memoria ampiamentoe condivisa, in quanto siamo convinti del fatto che, storicamente, tutte le grandi nazioni democratiche che sono nate da traumi e guerre civili si reggono su salde memorie pubbliche elaborate dalla parte vincitrice.
Tuttavia, l’attacco al paradigma antifascista, peraltro già indebolito dal dibattito interno alla Sinistra degli anni ottanta, viene condotto con lucidità, ma l’area politico-culturale del nuovo blocco conservatore non riesce comunque ad elaborare una tradizione alternativa: si attacca il 25 aprile, ma non si è in grado di dire con cosa sostituirlo; si scredita una classe politica, ma non si indicano i modelli cui fare riferimento nella storia italiana. Si linciano gli esponenti della cultura antifascista, prediletti i terribili azionisti, ma non si è in grado di recuperare all’interno del pensiero democratico una tradizione culturale alternativa.
Pertanto, a partire proprio dal 1994, si assiste ad un’imponente mobilitazione attorno alla Resistenza. Nuovo coagulo della memoria antifascista diventa il ricordo delle stragi e delle brutalità dei nazisti e dei repubblichini di Salò. Dunque, gli italiani sono realmente vittime del nazifascismo. A questo punto, però, è opportuno fare qualche precisazione: bisogna cioè anche dire che c’è un sia pure involontario risvolto negativo di questa raffigurazione, che consiste nella rimozione delle colpe degli italiani dietro al comodo alibi del «bravo italiano». Si eludono così i temi quali il colonialismo italiano, la persecuzione antiebraica, la stessa partecipazione alla guerra dell’Asse e le politiche di occupazione portate avanti nei territori aggrediti.
Fatta questa brevissima ma necessaria parentesi, ci sembra opportuno, a questo punto, fare un cenno al pensiero del Presidente Carlo Azeglio Ciampi, che possiamo, senza la minima forzatura interpretativa, considerare come il Presidente che ha voluto rifondare la memoria della Resistenza. Egli, in aperta polemica con Ernesto Galli della Loggia, che aveva ritenuto morta l’idea di patria, ha riaffermato il carattere della Resistenza come guerra di liberazione nazionale, ispirata ai valori risorgimentali declinati in senso mazziniano, permeati cioè dal rispetto degli altri popoli e dal senso di fratellanza europea, il cui orizzonte è stato la conquista della democrazia, tradotta poi nella Costituzione repubblicana.
Sono tre i capisaldi del pensiero di Ciampi: 1) l’idea di «Resistenza allargata», in cui convivono la resistenza attiva dei partigiani, la resistenza silenziosa delle persone che prestarono aiuto ai feriti, e la resistenza dolorosa dei prigionieri nei campi di concentramento; 2) la dimensione europea della Resistenza, che accomuna gli italiani agli altri popoli europei; 3) la promozione di una memoria intera, che non trascuri alcun aspetto della storia del Paese e che sia fondata sulla giustizia.
A questo punto, ci sembra di poter dire che, se da un lato si tratta della riproposizione della classica tradizione antifascista, dall’altro bisogna comunque riconoscere a Ciampi il merito di avere stabilito la salda connessione tra la Resistenza italiana e le Resistenze europee, che appare davvero come la nuova frontiera della memoria antifascista.
Per concludere, diciamo che, come è noto a tutti , ogni momento storico presenta luci ed ombre, e che non si può pretendere che tutto il bene sia solo da una parte o dall’altra. Quindi, pur riconoscendo che sono state commesse azioni terribili anche dai partigiani, tuttavia ciò non fornisce una spiegazione sufficientemente chiara della Resistenza. Spiegazione a cui bisogna invece pervenire, al di là e al di fuori della memoria, variamente colorata, delle parti politiche. E la spiegazione deve collocarsi in una visione storicamente molto ampia, ma precisa: la Resistenza fu essenzialmente una lotta furibonda contro l’autoritarismo e rappresentò l’unità di tutte le forze democratiche (Partito comunista, socialista, d'azione, democristiano, liberale, repubblicano, tutti nel Comitato di Liberazione Nazionale). Che fosse intesa come «segno della libertà» o come «rivoluzione interrotta», sta di fatto che il bersaglio della Resistenza fu la dittatura nazifascista. Se poi si vuole pensare che «brave persone» militassero anche, ad esempio, tra i repubblichini di Salò, nessuno lo vieta; però, bisogna affermare con forza e con convinzione che in ogni caso la Resistenza, non solo italiana, assolse all’importante funzione storica di debellare le dittature, cosa che nessuno potrà mai mettere in discussione. Dunque, dopo la Resistenza, o meglio le Resistenze, la vita dei cittadini italiani ed europei è decisamente cambiata.
Vediamo dunque di non indebolire, lasciandoci prendere da nuove suggestioni, un valore altamente significante: la democrazia dei popoli. E ricordiamo un fatto fondamentale, e cioè l’Italia di oggi non è figlia del fascismo, ma figlia della Costituzione repubblicana scaturita proprio dalla sconfitta di quella dittatura totalitaria. Un monito per le generazioni presenti e future: quell’immane tragedia lasciò poco più di 68 milioni di morti. E i venti che spirano oggi non sembrano proprio incoraggianti.
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