









Non solo risate, ma una lezione di resistenza culturale: l’istrione del capoluogo trasforma il Garden Bar Bistrò in una difesa d’ufficio della lingua dei padri e del decoro urbano.
10 maggio 2026 15:52di GUGLIELMO SCOPELLITI
C’è un’identità sottile che scorre tra i vicoli del centro, un’eredità che non si misura in monumenti di pietra ma nel suono di una vocale elisa o in quel modo tutto catanzarese di "arrotolare la R" che, nei tempi che furono, serviva ai residenti di San Leonardo per darsi un tono di presunta superiorità. Sabato pomeriggio, nello spazio del Garden Bar Bistrò, il secondo appuntamento di “Ci vediamo al Garden” ha smesso di essere un semplice incontro culturale per trasformarsi in una radiografia sentimentaledel capoluogo. Al centro della scena, un monumento vivente della nostra tradizione: Enzo Colacino. Non l'attore che si limita a recitare un copione, ma l'uomo che ha deciso di farsi custode di una lingua che rischia di essere storpiata o, peggio, dimenticata.
Il contesto è quello di un salotto tra amici dove la parola "vernacolo" perde ogni polverosa accezione accademica per farsi carne e respiro. Sotto la guida di Elisa Chiriano, giornalista che conduce il racconto con piglio sicuro e senza sconti, e con il pungolo mai banale di Giovanni E. Audino, Colacino ha tracciato un confine netto tra il folklore becero e la dignità di una lingua vera. “Il dialetto sembra che lo parli chiunque” — avverte il comico con quel piglio assertivo che non ammette repliche — “però poi è difficile scriverlo o ancora di più leggerlo, perché è una lingua con delle regole e delle sintassi”.

Limitatamente a quanto osservato, il momento più intenso è stato il dialogo tra generazioni e stili. Se Salvo Venuto ha ricordato come il teatro di Nino Gemelli fosse una forma d’arte elevata, capace di fuggire dalla facile folclorizzazione, Colacino ha rilanciato con il racconto della genesi dei suoi personaggi. Come quello del figlio che torna dal Nord, il cui balbettio è nato quasi per caso, copiando un amico che non c'è più, per dare una sfumatura diversa. Una lezione tecnica che si intreccia con l'interpretazione di Salvo Venuto e Antonio Parisi, capaci di far dialogare Pasolini, Plauto e il romanesco di Trilussa, dimostrando che il dialetto non è un recinto, ma un ponte.

Fatte le debite riserve sulla capacità della città di guardarsi allo specchio senza indulgenza, Colacino non ha risparmiato critiche al presente. La sua è una "difesa d'ufficio" del senso civico: "Amare una società significa difenderla, proteggere il dialetto, la cucina, le tradizioni. Perché quando perdi le tue radici, rimani svuotato, non sei più niente". È un monito potente che scava nel passato, dai ricordi degli esordi su un prato a Zambrone dove l'improvvisazione era l'unica scuola, fino alla complicità artistica con il figlio Ivan. Insieme, padre e figlio coltivano una visione del mondo ironica e pungente, mai banale, capace di smascherare le piccole e grandi ipocrisie del quotidiano con la sola arma della battuta intelligente.
In linea di massima, l'evento ha confermato che esiste ancora una fame di identità che non può essere saziata dai clic di Facebook, dove "gli scemi ci sono sempre stati, ma ora si vedono". Tra uno spritz e un tramezzino, l’atmosfera si è scaldata grazie a un fuoriclasse che ha saputo regalare grosse risate, mescolando l’impegno civile alla sua inarrestabile verve comica. Il pubblico non è rimasto a guardare: diverse sono state le domande rivolte a Colacino, curiosità sulla maschera di Giangurgolo e aneddoti sulla Catanzaro che fu, a cui l’attore ha risposto con la consueta schiettezza, dimostrando che quando si parla il linguaggio della verità e dell'ironia, la città risponde presente.
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