
di CATERINA MURACA
Prima di diventare il titolo di un libro, era una frase apparsa su un murales di Petilia Policastro. Da lì ha preso forma Un paese non è come lo vedi, un paese è come lo vivi, l’opera di Giuseppe Caruso che, dopo il rifiuto di una casa editrice, ha trovato la sua strada attraverso i lettori, superando le mille copie vendute su Amazon e arrivando fino a una presentazione a New York il prossimo Giugno.
Un traguardo importante per un libro che ha un’origine profondamente semplice e quotidiana. In poco più di cento pagine, Caruso raccoglie una trentina di racconti che restituiscono la sostanza della vita di paese: memorie familiari, voci di chi c’era molti decenni fa, ricordi tramandati, partenze, ritorni, piccoli gesti. È un libro autobiografico, costruito attraverso esperienze personali ma anche attraverso la memoria condivisa di una comunità intera.
Non c’è nostalgia costruita, né idealizzazione. In ogni pagina affiorano i profumi, le abitudini, i sentimenti di un tempo che non è poi così lontano. E c’è un dettaglio che l’autore rivendica con precisione: in queste pagine si parla sempre di “paese”, mai di “borgo”. Perché il paese non è uno scenario da osservare, ma una realtà viva, fatta di persone, relazioni, presenze.
La copertina richiama uno dei primi murales realizzati da Caruso, Le ali, dedicato a un amico che non c’è più. Un’immagine che, come racconta l'autore, è tornata davanti ai suoi occhi in più occasioni, quasi come un segno.
Durante la presentazione è stato letto uno dei passaggi del volume. È forse il brano che meglio sintetizza lo spirito del libro e il senso del cammino intrapreso dall’autore insieme a sua moglie Manuela Arminio:
“Molte volte mi domando se sto facendo la cosa giusta. Mi alzo presto al mattino e lavoro, lavoro, lavoro. Molte volte mi domando se sto facendo la cosa giusta. Ancora non ho capito cosa stiamo facendo, forse non lo capirò mai. So solo che vedere tanti bambini mi fa stare bene, mi fa tornare bambino. Forse non sono mai cresciuto. Delle volte mi siedo sui gradini, guardo mia moglie e penso: ma vale la pena inseguire dei sogni che forse non si realizzeranno mai? Poi guardo i suoi occhi, guardo i bambini che giocano e che si addormentano con un libro in mano, che giocano felici su una campana colorata, e in silenzio andiamo avanti. Ho un intero paese che mi sorride, che mi aiuta, che ci vuole bene. Abbiamo tanti bambini che ci vogliono bene e ora anche i genitori ci stimano tanto. Qui non abbiamo bisogno di centri commerciali. A noi bastano dei semplici gradini per sederci e parlare. A noi bastano dei semplici gradini per giocare. A noi bastano dei semplici gradini, tanti disegni e tanti libri per studiare. Un paese non è come lo vedi, un paese è come lo vivi.”
Le parole hanno aperto una riflessione molto sentita sul significato della cosiddetta “ruga”: quello spazio fatto di vicinanza, conoscenza reciproca, familiarità spontanea che un tempo apparteneva naturalmente alla vita di paese e che oggi, soprattutto nelle grandi città, sembra consumarsi lentamente.
Da qui è nato uno dei temi più forti dell’incontro: come restituire ai giovani il senso di appartenenza? Come convincerli che non tutto debba necessariamente essere cercato altrove? Molti ragazzi oggi partono perché sentono che la loro terra non offre abbastanza. Il libro di Caruso non propone formule facili, ma indica una possibilità concreta: ricominciare dalle cose minime, dai luoghi condivisi, dalla cura quotidiana, dal coraggio di costruire anche dove sembra non esserci nulla.
In questo senso si inserisce anche Libri Liberi, il progetto nato insieme a Manuela Arminio: una libreria gratuita sorta in un vicolo un tempo dimenticato, oggi diventato punto di incontro per bambini, famiglie e visitatori. Un luogo dove i libri passano di mano in mano e dove, spesso, bastano davvero pochi gradini per creare comunità.
Più che una semplice raccolta di racconti, Un paese non è come lo vedi, un paese è come lo vivi diventa così una riflessione sul presente. Un invito a non osservare i luoghi dall’esterno, ma ad abitarli davvero e vivere i rapporti con la comunità. Perché a volte il cambiamento non comincia dalle grandi opere, ma da un gesto semplice: fermarsi, sedersi, ascoltare, restare.
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