
Di GIOVANNA BERGANTIN
Un confronto diretto, senza sconti, schietto ma sempre leale: così si è presentato l’incontro su Calabria tra degrado e rinascita con Filippo Veltri, giornalista e scrittore, intervistato da Giovanna Laitano e Venzo Morrone nella sede della Fondazione Roberta Lanzino. Un dialogo serrato che ha attraversato il destino della Calabria e la narrazione – spesso distorta – che la riguarda. Un momento di confronto aperto, che riprende e rilancia i temi del suo ultimo libro Il brutto anatroccolo. Il caso Calabria. Tra degrado e narrazione fasulla.
Veltri torna sui nodi centrali del volume, arricchito dalla prefazione di Santo Strati e da un’intervista di Emiliano Morrone allo scrittore Gioacchino Criaco. Diciannove capitoli che raccolgono editoriali, analisi e interrogativi sullo sviluppo sociale ed economico della regione. «Questo libro – ricorda l’autore – nasce dall’urgenza di cambiare il modo in cui raccontiamo questa terra: o modifichiamo la narrazione, oppure le cose continueranno ad andare così per anni, decenni, secoli». Una narrazione che oscilla «tra il troppo positivo e il troppo negativo», impedendo di vedere con lucidità «l’ordine dei problemi, la loro gravità e, allo stesso tempo, le positività che esistono e che potrebbero essere sviluppate».
Nel corso dell’incontro Veltri ripropone i temi sempre attuali del suo saggio: turismo, mare, scuola, povertà, la scelta di restare o partire. Con linguaggio diretto e ricco di esempi ripercorre la storia dello sviluppo regionale, dall’autostrada al valore strategico del porto di Gioia Tauro, «primo hub di transhipment, con 4.500 persone che ci lavorano», fino al ruolo dell’Università della Calabria, «una scommessa vinta, perché ha permesso a migliaia di giovani di laurearsi e compiere un salto sociale che altrimenti non sarebbe stato possibile».
Non mancano le ombre: una prima industrializzazione senza basi solide, il retroporto di Gioia Tauro che non esiste, tre aree industriali che non dialogano, l’incapacità di fare rete. «Un porto collegato al mondo – osserva – ma non collegato a Gioia Tauro».
Veltri invita a un cambio di postura collettiva: conoscere la Calabria, le sue risorse, le sue opere, ciò che funziona e ciò che non funziona. «Se non sappiamo le cose, non possiamo difenderci. Restiamo chiusi nel nostro piccolo enclave. E così non si salva nessuno». Serve concretezza dell’agire politico e istituzionale, ma anche l’impegno quotidiano delle comunità locali.
La chiusura dell’incontro è affidata alle parole dell’autore, nette e senza attenuanti: «Viviamo in una terra con tante negatività e problemi primari irrisolti, a partire dalla tutela della salute – non della sanità, ma della salute dei calabresi – che altrove viene scambiata per fatti burocratici, amministrativi, organizzativi. Il punto vero è fornire ai calabresi una tutela reale della salute, cosa che oggi non c’è. Accanto a questo esistono anche molte positività: l’Università della Calabria, il porto di Gioia Tauro.»
Chiediamo: «Si può fare qualcosa?» E Veltri risponde perentorio: «Si deve fare qualcosa. Che ognuno faccia la propria parte.»
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