Innaccaro: “Catanzaro deve smettere di accontentarsi di galleggiare”

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  03 maggio 2026 14:13

di PIERGIORGIO IANNACCARO


Nelle giornate di vento in piazza Duomo si sente un suono discreto, continuo. Sale e scende di una tonalità, viene dall'alto, scende sulla piazza, si disperde sulla via dell'Arcivescovado. Richiama l'accordo di violini di un'orchestra prima di un concerto. È il suono del vento che attraversa la fitta impalcatura che cinge il campanile del Duomo. Tubi, ponteggi, bulloni diventano un organo, il vento dita che premono i tasti.

 È così anche in questa mattina di azzurro disegnato dal maestrale. E mentre mi fermo ad ascoltare, penso a quanto è stato scritto nelle ultime ore sulla mia città. Un acuto osservatore delle vicende catanzaresi ha scritto di una città senza ambizione (LEGGI QUI). Filippo Veltri di rimando ha sottolineato la marginalità politica di Catanzaro (LEGGI QUI). Ho già scritto altre volte della mia città, cui voglio bene. L'affetto non deve tuttavia velare l'obiettivita'. Catanzaro ormai da lungo tempo dorme. Un sonno tutt'altro che tranquillo, percorso da incubi ricorrenti. Che si chiamano buche, erbacce, fogne, dissesti dei piccoli perimetri della quotidianità dei cittadini. Che si chiamano insulti agli amministratori di turno. Che si chiamano, quando il dibattito sale di qualità, isola pedonale, ovvero la ben nota panacea di tutti i mali.

Catanzaro dorme un sonno agitato dai complotti che crede orditi ai suoi danni. Catanzaro dorme e non agisce. Catanzaro dorme e non produce. Le sue notti sono lunghe, ben più di quelle invernali. E quando si sveglia accade di ascoltare voci intelligenti e obiettive, che suggeriscono analisi e soluzioni. Ma sono sopraffatte dalle voci che richiamano gli incubi del lungo sonno. Fuor di metafora, è sacrosanto chiedere acqua corrente, decoro urbano, trasporti, realizzazione di opere che migliorino la vita quotidiana.

Ma c'è molto di più. Una volta per tutte la mia città deve chiedersi di cosa vuole vivere e dove vuole andare. Deve smettere di accontentarsi di galleggiare. Deve scegliere un modello che la avvicini alle grandi e piccole realtà urbane che nel centro e nel nord dell'Italia hanno dato ai propri cittadini prospettive di crescita e di qualità di vita. In un recente incontro in cui si dibatteva di Catanzaro e dei suoi asset, io e alcuni amici abbiamo proposto come simboli identitari il Catanzaro e lo stadio Nicola Ceravolo. La proposta ha suscitato qualche reazione contrariata, in quanto giudicata portatrice di svilimento del dibattito.

E no, non è così. Ci si rifletta bene, il Catanzaro è l'unica realtà aggregante e  identitaria di una città irrimediabilmente policentrica e, soprattutto, disgregata. E negli anni recenti è un modello di successo, l'unica evidenza di un futuro migliore che si è fatto presente migliore. Di una visione, di un progetto. La mia città dovrebbe darsi una prospettiva di polo di attrazione del terziario avanzato, di polo culturale, di hub turistico. In piazza Duomo vedo un simbolo. La Cattedrale preclusa sine die a noi cittadini, le campane che tacciono. Ma anche quel suono, quel concerto orchestrato dal vento. Un sommesso richiamo al risveglio e all'azione. 

*presidente CAI Catanzaro


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