
di MARILINA INTRIERI
In Italia accade con inquietante regolarità: ogni volta che si mette mano alla Costituzione, il dibattito smette di essere costituzionale e diventa immediatamente plebiscitario. Non si discute più del testo, degli equilibri tra i poteri, delle garanzie per i cittadini. Si discute contro qualcuno o a favore di qualcuno. E così il referendum costituzionale, che la Carta ha previsto come strumento di garanzia, viene spesso utilizzato come arma di lotta politica contingente.
Questa dinamica è visibile soprattutto quando una delle parti politiche, spesso quella con minori numeri parlamentari o minor peso elettorale, tenta di trasformare il referendum in una scorciatoia per riequilibrare i rapporti di forza, spostando l’attenzione dal merito delle riforme allo scontro politico. La Costituzione diventa così terreno di rivincita anziché patto comune.
Il referendum previsto dall’articolo 138 della Costituzione non nasce per misurare il consenso verso un Governo o un leader. Nasce per impedire che la Costituzione venga modificata senza un consenso largo e consapevole. È un controllo di qualità democratica, non un regolamento di conti.
Quando la campagna referendaria diventa una sfida identitaria, il testo della riforma scompare, le conseguenze istituzionali vengono deformate e il cittadino non è più chiamato a capire, ma a schierarsi. Non è partecipazione: è mobilitazione emotiva.
Una democrazia matura si riconosce dal fatto che le regole del gioco non diventano la posta in palio della partita politica. Trasformare la Costituzione in una clava produce disinformazione, delegittimazione delle istituzioni e polarizzazione permanente.
La politica nel referendum è inevitabile, ma la strumentalizzazione plebiscitaria è un abuso. È scorretto chiedere agli elettori di votare per punire o salvare un Governo invece che valutare il merito delle riforme.
Se davvero si ha a cuore la Costituzione, si discute del testo, non del nemico. La Carta non è un’arma di propaganda, ma un patto che deve proteggere tutti, soprattutto nei momenti di maggiore conflitto politico.
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