L'avv Conidi Ridola: "Cronaca giudiziaria: il diritto di informare impone regole uguali per tutti"

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  30 luglio 2026 09:27

 di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

 La cronaca giudiziaria rappresenta uno degli strumenti più importanti attraverso i quali i cittadini vengono informati sull'attività della magistratura e sui fatti di rilevanza pubblica. Raccontare un'indagine, una misura cautelare o un processo non solo è legittimo, ma costituisce spesso l'esercizio di un diritto-dovere riconosciuto dall'ordinamento: il diritto di cronaca. Proprio perché si tratta di un diritto fondamentale, esso deve essere esercitato nel rispetto di principi altrettanto fondamentali, quali la verità della notizia, l'interesse pubblico, la continenza espressiva e, soprattutto, la presunzione di innocenza. Negli ultimi tempi la cronaca ha riguardato anche professionisti del foro. In alcuni casi i nomi e i cognomi degli avvocati sono stati pubblicati fin dall'inizio delle indagini; in altri si è scelto di mantenere l'anonimato. Si tratta di scelte editoriali legittime, che rientrano nella responsabilità di ciascuna testata. Ciò che merita una riflessione, tuttavia, è l'assenza di un criterio uniforme.

Se una notizia possiede un effettivo interesse pubblico, quel requisito vale indipendentemente dalla persona coinvolta. Se, invece, si ritiene che la tutela della reputazione imponga prudenza nella diffusione dell'identità, quella stessa prudenza dovrebbe essere adottata in modo uguale per tutti. L'omogeneità dei criteri rafforza la credibilità dell'informazione e contribuisce a evitare che l'opinione pubblica possa percepire trattamenti differenti a seconda del soggetto interessato. Vi è poi un altro aspetto che meriterebbe maggiore attenzione. Molte testate ricordano espressamente che la persona sottoposta a indagini o destinataria di una misura cautelare deve essere considerata innocente fino a sentenza definitiva. Altre, invece, omettono qualsiasi richiamo a questo principio, dando per scontato che il lettore lo conosca.

Ma tale presupposto non sempre corrisponde alla realtà. La presunzione di innocenza è un principio giuridico fondamentale, ma non tutti i cittadini possiedono gli strumenti per distinguere un'indagine da una condanna, una contestazione da un accertamento definitivo. Il rischio è che il semplice racconto di un'inchiesta venga inconsapevolmente percepito come una prova di colpevolezza.
Eppure il procedimento penale nasce proprio per verificare se un'ipotesi accusatoria trovi conferma oppure no. Le notizie di reato possono risultare fondate, ma possono anche rivelarsi infondate; possono condurre a una condanna oppure a un'assoluzione, così come, nei casi più gravi, può emergere perfino che l'accusa sia stata originata da una calunnia. È questa la ragione per cui il nostro ordinamento tutela la presunzione di innocenza fino alla definitività della sentenza.

Per questo sarebbe auspicabile che ogni articolo di cronaca giudiziaria riportasse sempre, con chiarezza, che la persona coinvolta non è colpevole fino a quando la sua responsabilità non sia stata definitivamente accertata. Non si tratta di una formula di stile, ma di una garanzia sostanziale posta a tutela dei diritti della persona e della corretta formazione dell'opinione pubblica. Allo stesso modo, sarebbe opportuno che anche i criteri relativi all'indicazione del nome fossero applicati con coerenza. Se si ritiene che l'interesse pubblico giustifichi l'identificazione della persona coinvolta, quel criterio dovrebbe valere in modo uniforme. Se, invece, si privilegia l'anonimato, anche quella scelta dovrebbe essere adottata senza distinzioni. L'uniformità dei criteri non limita la libertà di stampa: al contrario, la rafforza. Perché la credibilità dell'informazione non dipende soltanto dalla veridicità della notizia, ma anche dalla coerenza con cui essa viene raccontata.

La cronaca giudiziaria non deve mai trasformarsi in una sentenza anticipata. Deve informare, non giudicare; raccontare, non condannare. E, soprattutto, deve ricordare sempre ai lettori che tra un'accusa e una condanna definitiva esiste uno spazio fondamentale: quello del processo, nel quale si forma la prova e si  realizza il diritto di difesa. Ed è proprio in quello spazio che vive lo Stato di diritto.

*Avvocato