L'avv Conidi Ridola: "Dalla sentenza di Capri all'inclusione reale: il diritto non può fermarsi alle barriere architettoniche"

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  04 giugno 2026 13:58

di M.Claudia Conidi Ridola *

La recente pronuncia che ha condannato il Comune di Capri per condotta discriminatoria nei confronti delle persone con disabilità rappresenta una delle decisioni più significative degli ultimi anni in materia di diritti civili e inclusione. La vicenda trae origine dalle iniziative giudiziarie promosse da Christian D'Urso, attivista impegnato da anni nella tutela dei diritti delle persone con disabilità. Attraverso un percorso fatto di denunce, sensibilizzazione e ricorsi, Durso ha contribuito a portare all'attenzione pubblica e giudiziaria le gravi carenze nell'accessibilità di uno dei luoghi simbolo del turismo italiano. La sentenza ha riconosciuto il carattere discriminatorio della mancata eliminazione delle barriere architettoniche e dell'assenza di adeguati strumenti di pianificazione, imponendo all'amministrazione comunale specifici obblighi di intervento.

Si tratta di una vittoria importante, ma sarebbe un errore considerarla un punto di arrivo.
Il diritto all'inclusione non si esaurisce nell'abbattimento di una rampa o nell'installazione di un ascensore. Le barriere architettoniche rappresentano soltanto la manifestazione più evidente di un problema molto più profondo: l'esistenza di barriere culturali, relazionali e sociali che continuano a limitare l'effettiva partecipazione delle persone con disabilità alla vita della comunità.
Negli ultimi anni il termine "inclusione" è stato spesso utilizzato con riferimento a fenomeni migratori, integrazione culturale e pluralismo sociale. Si tratta di temi certamente rilevanti. Tuttavia, vi è una forma di inclusione che precede ogni altra e che costituisce il banco di prova della maturità democratica di uno Stato: quella delle persone che vivono una condizione di disabilità.
Prima ancora di guardare oltre i confini nazionali, una società civile dovrebbe interrogarsi sulla capacità di includere pienamente coloro che già ne fanno parte e che troppo spesso vengono relegati ai margini della partecipazione sociale.

Il fondamento giuridico di tale affermazione risiede direttamente nella Costituzione.
L'articolo 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L'articolo 3, primo comma, sancisce il principio di uguaglianza formale, stabilendo che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di condizioni personali e sociali. Ancora più significativo è il secondo comma dello stesso articolo, che impone alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La Costituzione, dunque, non si limita a vietare le discriminazioni. Essa impone un obbligo positivo di inclusione.

È proprio il concetto di partecipazione effettiva a rappresentare oggi il punto critico.
Molte persone con disabilità continuano a essere escluse dai luoghi in cui si formano le decisioni, si sviluppa il dibattito pubblico e si costruisce la cultura collettiva. Sono raramente presenti nei convegni, nelle trasmissioni televisive, nei programmi radiofonici, nelle audizioni pubbliche, nei tavoli istituzionali e negli organismi consultivi. Quando vengono coinvolte, spesso ciò avviene in forma simbolica, come testimonianza occasionale, piuttosto che come soggetti portatori di competenze, idee e visioni.
Questa esclusione produce un effetto particolarmente grave: la negazione del diritto alla rappresentazione di sé. Si continua a parlare delle persone con disabilità senza consentire alle persone con disabilità di parlare direttamente.

Sotto il profilo giuridico, tale situazione entra in tensione non soltanto con l'articolo 3 della Costituzione, ma anche con la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall'Italia con la Legge n. 18 del 2009, la quale pone al centro proprio il principio della piena ed effettiva partecipazione alla società. La vera sfida, pertanto, è quella che potremmo definire inclusione mentale. Le norme possono eliminare gli ostacoli fisici; più difficile è rimuovere i pregiudizi.
Ancora oggi molte persone disabili vengono considerate incapaci di esprimere opinioni autonome, di contribuire al dibattito pubblico o di assumere ruoli di responsabilità. Si tratta di una forma di discriminazione meno visibile ma spesso più dannosa di quella materiale. Per questo motivo sarebbe opportuno introdurre nei percorsi scolastici una specifica disciplina dedicata all'educazione all'inclusione e alla disabilità. Non un insegnamento teorico, ma un percorso costruito anche attraverso la partecipazione diretta di persone con disabilità che possano raccontare agli studenti la propria esperienza di vita, le difficoltà incontrate e le discriminazioni subite.

La conoscenza è il primo antidoto contro il pregiudizio.Una tale iniziativa contribuirebbe anche a contrastare il fenomeno sempre più diffuso del bullismo e del cyberbullismo nei confronti dei soggetti fragili, favorendo la formazione di una coscienza sociale fondata sul rispetto delle differenze. Sul piano normativo molto resta ancora da fare. Persistono difficoltà nell'accesso effettivo al lavoro, nonostante le tutele previste dalla Legge n. 68 del 1999 sul collocamento mirato.Permangono ostacoli nell'accesso alla giustizia per soggetti con disabilità sensoriali o cognitive, specialmente quando gli strumenti di comunicazione e supporto risultano inadeguati. Non sempre è garantita una piena accessibilità ai servizi pubblici digitali, nonostante gli obblighi normativi in materia. Anche in ambito penale emergono profili di criticità. Le persone con disabilità risultano frequentemente esposte a condotte di abuso, maltrattamento, circonvenzione, truffa e sfruttamento, spesso favorite proprio dalla loro condizione di vulnerabilità. Inoltre, la difficoltà di denunciare e di partecipare efficacemente al procedimento penale rappresenta ancora oggi un ostacolo concreto all'esercizio dei diritti riconosciuti dall'ordinamento.

La sentenza di Capri, dun que, non deve essere letta soltanto come una vittoria contro una barriera architettonica. Essa costituisce un richiamo più ampio al significato autentico del principio di uguaglianza. Una società è realmente inclusiva non quando costruisce semplicemente una rampa d'accesso, ma quando riconosce alle persone con disabilità il diritto di essere presenti, ascoltate, rappresentate e protagoniste.Il giorno in cui non sarà più necessario parlare di inclusione perché la partecipazione sarà un fatto naturale, allora potremo affermare di aver dato piena attuazione all'articolo 3 della Costituzione.

*Avvocato


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