
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
La domanda posta da Concita De Gregorio — “Di chi sono davvero i figli?” — ha il merito di attraversare contemporaneamente il piano emotivo, sociale e giuridico della genitorialità. È una domanda che tocca un nodo essenziale dell’esperienza umana: il rapporto tra generazione, responsabilità e libertà della persona. Nel linguaggio comune diciamo abitualmente “mio figlio”, “mia figlia”. È un’espressione naturale, affettiva, apparentemente innocua. Tuttavia quel possessivo contiene un’ambiguità profonda, perché oscilla tra il legame e il possesso. Ed è proprio qui che il diritto interviene, delimitando con chiarezza il significato giuridico della relazione genitoriale.
Nell’ordinamento italiano il figlio non è mai oggetto di appartenenza. Non appartiene ai genitori nel senso proprietario del termine, ma è soggetto autonomo di diritti, portatore di una propria identità personale, morale e giuridica. La relazione familiare non attribuisce un dominio sulla persona, bensì una responsabilità verso di essa. La Costituzione della Repubblica Italiana, all’articolo 30, stabilisce che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”. La disposizione costituzionale è significativa proprio nell’ordine dei termini utilizzati: il dovere precede il diritto. Non si configura dunque un potere assoluto del genitore sul figlio, ma una funzione orientata esclusivamente alla tutela dell’interesse del minore.
Anche l’evoluzione del diritto di famiglia conferma questo passaggio culturale e giuridico. La tradizionale “potestà genitoriale” è stata sostituita dalla nozione di “responsabilità genitoriale”. Non si tratta di una semplice modifica terminologica. La potestà richiama un potere esercitato dall’alto; la responsabilità richiama invece un compito di cura, protezione, accompagnamento e formazione della persona. Il genitore, pertanto, non è titolare di un diritto di proprietà sul figlio, ma di una posizione giuridica funzionale alla crescita equilibrata di un altro individuo. Ed è qui che emerge la complessità del rapporto affettivo: la cura non coincide con il possesso.
Educare non significa plasmare arbitrariamente una persona secondo le proprie aspettative o proiezioni. Significa, piuttosto, riconoscere e accompagnare le inclinazioni, le capacità e la progressiva autodeterminazione del figlio. Il minore, anche nella sua condizione di dipendenza, resta una persona distinta dal genitore, con una propria individualità che l’ordinamento è chiamato a proteggere.
Molte delle tensioni familiari contemporanee derivano proprio dalla difficoltà di distinguere l’amore dalla pretesa di appartenenza. Talvolta il figlio viene inconsapevolmente percepito come prosecuzione del genitore, come compensazione affettiva, come realizzazione di aspettative irrisolte. In questi casi il rischio è che la relazione educativa perda il proprio equilibrio e si trasformi in una forma di appropriazione emotiva. In questa prospettiva assume particolare rilievo il riferimento al romanzo Non ti fidare di Claudio Fava, richiamato da De Gregorio. L’opera affronta il tema drammatico dell’identità e della verità delle origini attraverso la vicenda di una giovane donna cresciuta accanto all’uomo responsabile della morte dei suoi genitori biologici.
La narrazione pone interrogativi radicali sul significato stesso della genitorialità: chi è davvero genitore? Chi genera biologicamente? Chi cresce ed educa? Chi protegge? Oppure chi restituisce verità e riconoscimento alla storia personale del figlio? La forza del romanzo sta proprio nel mostrare come l’identità umana non possa essere ridotta né al dato biologico né alla sola convivenza affettiva. La persona si costruisce all’interno di relazioni, memorie, responsabilità e riconoscimenti reciproci.
Anche sotto il profilo giuridico, il rapporto tra genitore e figlio non può essere interpretato come una relazione di appartenenza reciproca. Semmai, esso costituisce una relazione di affidamento e responsabilità. Il figlio nasce in una condizione di inevitabile dipendenza materiale ed emotiva; il genitore assume il compito di garantire protezione, sostegno economico, educazione e presenza. Tuttavia la finalità stessa della funzione genitoriale è il raggiungimento dell’autonomia del figlio.
Non a caso la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha più volte chiarito che il mantenimento non è destinato a perpetuarsi indefinitamente, ma è funzionale al conseguimento dell’autosufficienza economica e personale del figlio. Anche questo principio esprime un dato culturale preciso: la genitorialità non tende al trattenimento, ma alla progressiva emancipazione della persona.
La relazione autentica tra genitori e figli si fonda dunque su un equilibrio particolarmente delicato: presenza senza dominio, cura senza appropriazione, guida senza sostituzione della volontà altrui.
Forse, allora, la domanda “di chi sono i figli?” contiene già un equivoco. I figli non sono “di” qualcuno. Sono persone affidate temporaneamente alla responsabilità di altri esseri umani, chiamati a custodirne la crescita senza annullarne la libertà.
L’appartenenza, in questo senso, non coincide con il possesso, ma con il legame. Ed è proprio nella capacità di accompagnare una vita verso la propria autonomia che si manifesta, probabilmente, la forma più alta della responsabilità genitoriale. Perchè nulla è per sempre, se non l'amore vero e quello prescinde da ogni limite o imposizione.
*Avvocato
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