
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA *
Viviamo in una società che può essere definita fittizia, costruita più sull’apparenza che sulla sostanza, più sull’interesse che sui valori, più sul tornaconto che sulla verità; una società in cui il posizionamento accanto al più forte diventa criterio di sopravvivenza sociale, la coerenza personale viene sacrificata in nome della convenienza e l’individuo finisce per mutare bandiera a seconda della direzione del potere, rinunciando progressivamente alla propria volontà pur di garantirsi un’etichetta di rispettabilità formale.
In questa cornice, come osserva Paolo Crepet, l’amore non è un fatto privato o un ornamento sentimentale, ma una forza autenticamente sovversiva, capace di scardinare l’anestesia morale prodotta dal conformismo: privarsi della volontà di amare, e soprattutto di porre l’amore come priorità etica, significa accettare una condizione di asservimento ai diktat delle circostanze e della convenienza, riducendo l’uomo a ingranaggio di una macchina relazionale fondata sul calcolo dell’utile, sulla paura di perdere posizioni e sull’adesione opportunistica al consenso dominante.
Questo modello sociale produce un paradosso profondo: una diffusa infelicità che non viene riconosciuta come tale, perché mascherata da successo, integrazione e visibilità, ma che emerge sotto forma di frustrazione, risentimento e aggressività, riversandosi sugli altri come se la responsabilità del disagio individuale fosse del mondo e non dell’incapacità di costruire relazioni autentiche e significative; ne deriva un clima di antagonismo permanente in cui il conflitto sostituisce la relazione, l’opposizione prende il posto della solidarietà e la logica della competizione prevale su quella della cooperazione.
Sul piano socio-giuridico, questa desertificazione affettiva non è neutra: la marginalizzazione dell’amore come valore ordinatore delle relazioni contribuisce a creare terreno fertile per fenomeni di devianza e di illegalità diffusa, per pratiche di raggiro e di frode, per l’espansione di comportamenti aggressivi e prevaricatori come il bullismo, fino a forme più strutturate di criminalità, poiché quando la priorità diventa il vantaggio personale la legalità viene percepita come un ostacolo da aggirare e non come un bene comune da custodire; in tal modo la norma giuridica, pur rimanendo formalmente vigente, perde la propria legittimazione etica e viene vissuta come limite esterno, non come patto condiviso, alimentando una cittadinanza strumentale che obbedisce finché conviene e trasgredisce quando il costo appare inferiore al beneficio atteso. In questo scenario, tornare ad amare non è un’esortazione romantica ma un atto politico in senso alto, una forma di disobbedienza civile nei confronti della logica della convenienza che riduce l’altro a mezzo e non a fine, un recupero della responsabilità affettiva come fondamento della convivenza, perché rimettere al centro l’amore significa riaffermare la dignità della persona contro la mercificazione dei rapporti umani e contro la trasformazione dell’individuo in banderuola del consenso; in questa prospettiva, “All you need is love” non è soltanto un richiamo culturale del passato, ma una provocazione di sorprendente attualità per una società che misura tutto in termini di profitto e che proprio per questo rischia di perdere il senso stesso del vivere comune.
L’auspicio è dunque un ritorno a un orizzonte sociale fondato sulle emozioni autentiche e sulle relazioni significative, non sull’antagonismo permanente, sulla coerenza e non sulla convenienza, non per ingenuità ma per realismo, perché senza l’amore come priorità etica la società diventa strutturalmente più fragile, più conflittuale e, in definitiva, più infelice, anche quando non ha la lucidità o il coraggio di riconoscerlo.
*Avvocato
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