
di TERESA MENGANI
Il 25 aprile non è una ricorrenza stanca, né una liturgia da calendario civile: è una ferita ancora viva, e insieme una conquista che richiede manutenzione quotidiana. La Liberazione non è soltanto un fatto storico, ma un patto morale tra generazioni: quello di difendere la democrazia non come un’eredità garantita, bensì come un equilibrio fragile, sempre esposto all’usura del tempo, all’indifferenza e alla manipolazione.
Eppure oggi questo equilibrio sembra incrinarsi sotto i nostri occhi. Non tanto per un colpo improvviso, quanto per una lenta erosione. Le democrazie raramente crollano con fragore; più spesso si svuotano dall’interno, perdendo senso prima ancora che struttura. È in questa perdita di senso che si annida il pericolo maggiore: quando i diritti appaiono scontati, quando le istituzioni sembrano lontane e inutili, quando la memoria diventa retorica e non più coscienza.
La partecipazione politica, che dovrebbe essere il cuore pulsante di una società democratica, si è progressivamente affievolita. L’astensionismo non è soltanto un dato statistico: è il sintomo di una frattura profonda tra cittadini e Stato. Votare meno significa sentirsi meno rappresentati, ma anche meno responsabili. E senza responsabilità condivisa, la democrazia si trasforma in una scatola vuota, formalmente intatta ma sostanzialmente disabitata.
A questa disaffezione si accompagna un fenomeno altrettanto preoccupante: l’ignoranza diffusa. Non si tratta soltanto di una carenza di nozioni, ma di una perdita di strumenti critici. In un tempo dominato dalla velocità dell’informazione, distinguere il vero dal falso richiede uno sforzo che molti non sono più disposti, o non sono più in grado, di compiere. Così il dibattito pubblico si impoverisce, si radicalizza, si semplifica fino a diventare sterile contrapposizione.
In questo contesto, il ruolo delle istituzioni dovrebbe essere quello di presidio e di esempio. E invece assistiamo troppo spesso a dichiarazioni ambigue, a difficoltà nel riconoscere pienamente il valore della Resistenza, a tentennamenti che non sono semplici sfumature interpretative ma segnali di una memoria che si fa incerta. Quando chi ricopre alte cariche dello Stato non riesce a esprimere con chiarezza il significato del 25 aprile, il problema non è solo politico: è culturale, ed è profondamente democratico.
Perché la democrazia non vive soltanto di regole, ma di simboli condivisi e di riconoscimenti comuni. Se viene meno il terreno simbolico, se si indebolisce il consenso sui valori fondanti, allora anche le istituzioni più solide diventano vulnerabili.
Ricordare il 25 aprile, allora, non significa guardare indietro con nostalgia, ma interrogarsi sul presente con onestà. Significa chiedersi quanto siamo disposti a difendere ciò che abbiamo ereditato. Significa riconoscere che la libertà non è mai definitiva, e che ogni generazione è chiamata a riconquistarla, seppure in forme diverse.
Forse il punto non è dire che la democrazia sta finendo, ma ammettere che sta cambiando sotto i nostri occhi, e non sempre in meglio. E proprio per questo, oggi più che mai, serve una nuova consapevolezza civile: meno retorica e più partecipazione, meno indifferenza e più responsabilità, meno ignoranza e più conoscenza.
Il 25 aprile resta, dunque, una domanda aperta: non tanto su ciò che siamo stati, ma su ciò che vogliamo essere.
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