
"Il ruolo non fa la verità."
di M.Claudia Conidi Ridola*
Nel dibattito pubblico contemporaneo, sempre più spesso si assiste a un fenomeno tanto diffuso quanto rivelatore: l’introduzione delle proprie opinioni attraverso l’affermazione della propria professione. “Io sono un magistrato”, “io sono un ingegnere”, “io sono un avvocato”. Formule che, apparentemente neutre, si caricano in realtà di un significato simbolico profondo, che va ben oltre la semplice informazione biografica.
Questa modalità comunicativa solleva una questione essenziale: siamo davvero ciò che facciamo? Oppure il nostro ruolo professionale rappresenta soltanto una delle molte dimensioni della nostra identità?
Dal punto di vista sociologico, il lavoro è indubbiamente uno degli elementi centrali nella costruzione dell’identità individuale. Come evidenziato da numerosi studi, la professione contribuisce a fornire una “struttura di senso” alla vita quotidiana, offrendo strumenti cognitivi e schemi interpretativi attraverso cui leggere la realtà. Tuttavia, ridurre l’individuo al proprio ruolo significa compiere un’operazione semplificatoria e, per certi versi, pericolosa.
Dire “io sono un magistrato” non equivale a dire “io svolgo la funzione di magistrato”. La prima espressione implica una identificazione totale tra persona e ruolo, la seconda riconosce invece la natura contingente e scelta dell’attività professionale. Questa distinzione, apparentemente sottile, è in realtà cruciale: nel primo caso si rivendica implicitamente un’autorità che trascende l’argomentazione; nel secondo si lascia spazio al contenuto del pensiero, indipendentemente da chi lo esprime.
Il rischio è quello di trasformare il dibattito in una gerarchia implicita di voci, dove il valore di un’opinione viene misurato non in base alla sua coerenza o fondatezza, ma in base al prestigio sociale di chi la pronuncia. È un meccanismo che richiama ciò che in sociologia viene definito “capitale simbolico”: un insieme di credenziali e riconoscimenti che conferiscono legittimità a priori, spesso sottraendo il discorso al vaglio critico.
In questo senso, l’affermazione della propria professione come premessa del discorso può assumere i tratti della supponenza, o quantomeno di una forma di autoreferenzialità. È come se si dicesse: “Ascoltatemi perché sono qualcuno”. Ma in una società autenticamente democratica, il principio dovrebbe essere opposto: “Ascoltatemi se ciò che dico ha valore”.
Il paradosso emerge con particolare evidenza se si immagina una situazione inversa: un operatore ecologico che inizi un intervento pubblico dicendo “io sono uno spazzino”. È evidente che tale premessa non produrrebbe lo stesso effetto di autorevolezza, pur non incidendo minimamente sulla validità del contenuto espresso. Questo squilibrio rivela quanto il nostro modo di ascoltare sia ancora fortemente condizionato da gerarchie sociali interiorizzate.
Gli eventi recenti, in particolare il dibattito referendario, hanno funzionato come una vera e propria “cartina al tornasole” delle personalità e degli atteggiamenti individuali. Al di là delle posizioni nel merito – legittime e plurali – ciò che emerge è il modo in cui ciascuno sceglie di porsi nello spazio pubblico: con apertura e umiltà, oppure con una implicita richiesta di riconoscimento.
È in questo contesto che si inserisce una riflessione personale, maturata anche attraverso l’esperienza professionale. In qualità di avvocato, ho avuto modo di partecipare al dibattito, esprimendo le mie opinioni con convinzione e senso di responsabilità. Tuttavia, ho scelto consapevolmente di non premettere mai la mia professione alle mie parole. Non per negarne l’importanza, ma per non farne uno strumento di legittimazione automatica.
Le idee devono reggersi sulle proprie gambe. Devono essere valutate per ciò che sono, non per chi le pronuncia. Le qualità personali, le competenze, le simpatie o antipatie che possiamo suscitare: tutto questo non dovrebbe incidere sul diritto di esprimere un pensiero, né sul modo in cui quel pensiero viene accolto.
In ultima analisi, la domanda resta aperta ma fondamentale: chi siamo davvero? Siamo individui che operano all’interno di una società complessa, ciascuno con il proprio percorso, le proprie scelte, le proprie responsabilità. Ma non siamo le etichette che ci attribuiamo.
Forse, il punto di partenza più autentico dovrebbe essere semplicemente il nome. Non “io sono un magistrato”, non “io sono un avvocato”, ma “io sono X”. E poi, eventualmente, ciò che facciamo parlerà per noi, attraverso i fatti, non attraverso le premesse.
*Avvocato
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