
di CLAUDIO MARIA CIACCI
Il 7 gennaio 1978 è una data che nessuno di noi può dimenticare. In via Acca Larentia, a Roma, persero la vita Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, giovani che avevano scelto di difendere le proprie idee, e che furono brutalmente uccisi in un clima di violenza politica. Poco dopo, il 28 maggio 1979, un altro giovane, Francesco Cecchin, fu aggredito e ucciso con la stessa spietatezza. Non erano numeri, erano ragazzi come noi, che credevano in qualcosa e pagarono con la vita.
Ricordarli oggi significa affermare che la memoria è viva e che certe ingiustizie non possono essere cancellate. Significa dire con forza che la violenza ideologica non è mai accettabile, e che chi ha lottato per le proprie idee merita rispetto, non oblio.
Ma quell’odio non è rimasto nel passato. Nella notte tra il 6 e il 7 gennaio 2026, quattro ragazzi sono stati aggrediti mentre affiggevano manifesti per ricordare Acca Larentia. La violenza è stata mirata, intenzionale, e solo l’arrivo delle forze dell’ordine ha impedito che degenerasse ulteriormente. È un segnale chiaro: chi continua a diffondere odio e intolleranza non ha fatto i conti con la storia e tenta ancora oggi di zittire chi ha il coraggio di ricordare e di portare avanti le proprie convinzioni.
Questa aggressione non arriva dal nulla. Ogni giorno, nelle scuole e nelle università, l’idea stessa di difendere certe posizioni viene demonizzata. Nei corridoi e nei banchi di molte classi, chi osa parlare o anche solo ricordare viene guardato con sospetto, mentre chi inneggia apertamente a ideologie violente, come accaduto in un liceo di Catanzaro, può scrivere sui muri riferimenti alle Brigate Rosse senza subire alcuna conseguenza. Io stesso ne sono stato testimone. È un paradosso che pesa sulle giovani generazioni: la storia viene riscritta, e chi difende la memoria delle vittime del passato viene messo all’angolo, mentre la violenza e l’intolleranza trovano spazio senza freni.
Oggi, a Palazzo Chigi, c’è chi ha condiviso con quelle vittime la stessa storia, chi ha scelto la partecipazione attiva e il senso del dovere. Questo dovrebbe far riflettere: non si può continuare a giudicare e demonizzare solo una parte, ignorando chi diffonde odio sotto altre forme. Il vivere civile, la sicurezza delle città, la libertà di parola devono valere per tutti, e non essere concessioni da usare a proprio piacimento.
Ricordare Acca Larentia, Francesco Cecchin e tutte le vittime dell’odio rosso significa difendere la memoria.
Perché la memoria non è un’idea passata: è la base su cui costruire il presente e il futuro, e chi ha perso la vita per le proprie convinzioni merita che oggi qualcuno continui a lottare per loro.
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