La riflessione di Franco Cimino: "Gli insulti tra cattiveria e stupidità, mentre a Catanzaro la politica attende"

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images La riflessione di Franco Cimino: "Gli insulti tra cattiveria e stupidità, mentre a Catanzaro la politica attende"
Franco Cimino
  21 giugno 2022 16:27

di FRANCO CIMINO

“Bugghiu, grassu, zassu” così nella lontana età della mia fanciullezza e adolescenza, venivano appellati, tra l’insulto e il leggero sfottò, i ragazzi un po’ rotondetti. Quelli dalle forme opposte, i magrissimi e filiformi, venivano, invece, carezzati( si fa per dire) da espressioni del tipo, “ stecchino, palu e lignu, filu e ferru, grissinu…”, come si vede abbondando di parecchio. Non ci si faceva male, però. Si scendeva a questi livelli, quando nelle discussioni, anche le più accese, si perdeva. Anzi, si perdevano. Prima gli argomenti, diciamo “ dialettici”.

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E ve ne erano di interessanti davvero, dalle prime sfide sulla Politica ( quella vera, alla quale ci si affacciava già allora con entusiasmo e sentimento e nutrite letture) agli scontri sulla squadra di pallone, compresa la nostra per la quale avevamo perso la gazzosa messa in palio nella partita appena giocata, a piedi nudi, sulla spiaggia. Tra gli argomenti in discussione vi era anche il ciclismo, per le diverse tifoserie distribuite su Gimondi, Motta, Adorni, Moser, Poulidor, Eddy Merckx… Insomma, la prima palestra formativa, extra istituzionale, era lì, bell’e pronta. Ogni giorno. Chi mi ha conosciuto in quella Marina, potrà ancora testimoniare del fatto che io non ho mai partecipato a queste forme, diciamo, degenerative, del confronto. Pur quando ricevevo, il “magrissimo in più occhialuto”( per via degli occhiali a vetro di bottiglia per le miopie di allora), quale ero, e i più classici degli sfottò dedicadi, io non replicavo nelle modalità di cui sopra. Perché? Non lo so.

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Per educazione ricevuta e per il rigore che mi ero imposto, se volete anche per una sorta di fanatismo elitario, non mi lasciavo andare a quelle espressioni, secondo me lesive della dignità della persona. Ah, la persona! Insieme alla Libertà, il mio assillo etico- ideale di tutta la vita. Io, per esempio, non ho mai usato un’altra delle parole allora, stagione dei tabù più impenetrabili, più usate. Anche a cazzeggio goliardico. È “ ricchione”. La mia sensibilità è stata sempre tesa, e le mie battaglie giovanile sempre protese, alla tutela, per il loro superamento, delle minoranze( quelle invisibili, soprattutto) e delle diversità, assurdamente ritenute tali. Questo atteggiamento era talmente manifesto, che ben mi prestavo all’altra, insinuante, forma di sfottò. Questa:” on e ca puru tu sì…?” Quel che sono stato, di buono specialmente, nella vita deriva da questa mia felice “ fanciulladolescengiovinezza”. Tutto attaccato, detto e scritto, perché ho vissuto quel tempo bellissimo nella ininterrotta continuità tra le tre diverse, e ben specificate, fasi della crescita. I tanti miei coetanei, o quelli un po’ sopra o un po’ sotto la mia età, che mi hanno conosciuto, possono ampiamente testimoniarlo.

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La cosa che, però, mi preme sottolineare sul richiamato “ storico”, è che i ragazzi di allora si scambiavano questi sfottò, talvolta insulti, senza andare in guerra. Magari, tra i più nervosetti ci scappava lo schiaffetto o la tirata di maglia, ma nessuno, se non i più stupidetti, correva dalla mammina a “ denunciare” il danno, così che lei potesse vendicare l’eroico figlioletto colpito in battaglia. Il vittimismo da noi, in quel tempo, era considerato il riflesso oscurato del cretinismo. Di certo, vi era, in questo conflittuale insultarsi, un’altra cosa da mettere in evidenza. Ed è che, quanti ricorrevano a questi mezzucci, di attacco e di difesa, erano un ragazzi che non avevano idee e argomenti a sostegno. E la parola la usavano come il dentista il martello del fabbro.

Quanto alle persone, tutte sono belle per quel sono, magre o grasse, fil di ferro o zasse. C’è, tra l’altro, che dalle forme si può rientrare o le si può modificare. È dalla stupidità e dalla cattiveria, invece, che è difficile uscirne. Come quella, per esempio, di definire l’avversario politico “ mascella ridens”. Il problema, anche qui, non è avere quella mascella piuttosto che un’altra. Ma se si ha la forza e la capacità di un sorriso. Perché in esso c’è tanta verità è bellezza da commuovere il mondo. A volte anche la serenità di aver compiuto fino in fondo e onestamente il proprio dovere. Ovunque. Anche in politica. Anche nelle più dure campagne elettorali. Chi ha il sorriso sincero, lungo e rassicurante vince sempre. Nella vita. E alle elezioni".

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