"Calabria 2021, il covid e la geografia romantica"

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Filippo Veltri
  12 gennaio 2021 10:30

E’ finito un anno devastante per il pianeta intero in cui la Calabria ha però, in più, vissuto autentiche lacerazioni del suo tessuto connettivo più profondo, morale e materiale.

Il 2020 da queste parti ha visto non solo centinaia di morti e ferite sanguinose al suo già debole vissuto economico e sociale ma un incancrenirsi a vari livelli di vecchie e nuove questioni, finendo per far tornare ad essere la Calabria agli occhi della grande opinione pubblica nazionale il buco nero dell’Italia tutta, il male più profondo della Nazione, forse addirittura irrecuperabile.

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 Tutto si è tenuto nella strettoia dei 10 mesi del Covid, vissuti pericolosamente nell’incertezza più assoluta e nell’irresponsabiltà pubblica più totale, nella concretezza quotidiana di un sistema sanitario debole e malato, distrutto da decenni non solo di sciagurati commissariamenti ma da intrallazzi, clientele, ruberie che hanno visto assieme mafiosi e professionisti, malfattori e politici senza scrupolo.

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 E’ inutile girare attorno al problema ma dal cuore malato della sanità si è via via dipanato un racconto dalle tinte fosche in cui si è intrecciato tutto e il contrario di tutto, coinvolgendo anche un nauseabondo tentativo di offuscare l’immagine e il ricordo della presidente Santelli che nel frattempo era scomparsa.

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Sono tornate così alla mente le parole di Corrado Alvaro del 1930: «Mi fu sempre difficile spiegare che cos’è la mia regione. La parola Calabria dice alla maggioranza cose assai vaghe, paese e gente difficile (...). La Calabria fa parte d’una geografia romantica».

Una geografia romantica, grande espressione che racchiude tutto. Ma ora come uscirne nel pieno di una pandemia che ancora infuria e chissà per quanto altro tempo? E’ questa la vera domanda che  coinvolge un po’ tutti, politica e società cultura e impresa, Chiesa e volontariato, al crinale di un passaggio delicato in cui si inseriscono le prossime elezioni regionali che dovranno indicare per forza di cose una strada ed una rotta per il futuro.

Quello che è avvenuto sul problema della sanità, tra Regione e Governo, ha lasciato uno strascico che nemmeno la nomina all’ultimo istante di una persona di specchiata onestà come il prefetto Longo potrà mai cancellare, perchè ’ ha messo a nudo quanto poca sia la credibilità delle classi dirigenti locali ma anche quanto inesistente sia il peso di questa terra agli occhi del grande potere nazionale, proprio per l’insipienza ai limiti dell’intollerabilità delle classi dirigenti calabresi, politiche e non solo.

Ed è  qui riemerso il problema di fondo di una regione che non ha mai goduto di rappresentazioni veritiere, giunte ora però ai livelli più bassi proprio per quelle telenovele del Covid mai affrontato e della farsa sulla nomina del  commissario, condite per ultimo dalle continue e sempre più elevate indagini della magistratura sui rapporti tra politica e ‘ndrangheta.

 I fatti parlano e Vito Teti, nel dipingere il gioco di specchi che da decenni ci rende prigionieri scrive così.: ‘’…il carattere subdolo e perverso degli stereotipi è che costringono a difendersi e spesso a rispondere con altri stereotipi, con retoriche identitarie. Si origina così una tendenza a negare tutte le descrizioni che arrivano dall’esterno, generando spesso risposte risentite e difese d’ufficio edulcorate. Siamo descritti come terra pervasa dalla ’ndrangheta ed ecco qualcuno pronto a dire che non è così, che non bisogna generalizzare, che bisogna parlare di un’altra Calabria. E puntuali arrivano i richiami all’ospitalità, all’accoglienza, alle bellezze dei luoghi, magari devastati proprio da coloro che li esaltano. Una psicologia degli assediati, di chi si sente sempre sotto osservazione o sempre ignorato, di chi teme, aspetta, rifiuta, incoraggia il giudizio degli altri che finisce con il rendere i calabresi davvero patologicamente melanconici, insicuri, sfiduciati’’.

 Si oscilla, così perennemente tra autodenigrazione e autoesaltazione, tra la rabbia e l’enfasi retorica.

La verità è che non esiste un’identità calabrese tout court: ci sono bellezze e sfregi assieme, magari in uno stesso posto! Se penso, per fare un solo esempio, alla Locride mi viene da piangere.

 E sempre Teti ci consegna un’immagine splendida, che è di padre Pino Stancari: la Calabria tra sottoterra e cielo.

Oltre al sottoterra di cui parliamo sempre, ogni giorno e ogni ora in una lamentazione sterile insopportabile, c'è dunque il cielo e qualcosa, qualcuno, inizia lentamente a muoversi proprio sulle macerie del 2020: piccoli gruppi che si organizzano, coscienze che sembrano risvegliarsi da un antico torpore, tentativi di dare vita ad una rete che non dovrà però’ essere autoreferenziale o pensare solo al proprio ombelico.

 Bisognerà coinvolgere anche il difficile, quello che si annida dentro il bello, financo chi ha avallato col proprio voto in questi anni sporcizie e ruberie ma vuole ora concretamente tirarsene fuori, senza furberie, senza i soliti e tradizionali giochi e giochetti, per far finta che cambi tutto e poi in realtà non cambia mai niente.

 Il trasformismo ha distrutto in questi decenni la possibilità  di un cambiamento vero. Tutto ciò ha fatto davvero il suo tempo. Lavorare per costruire, cioè, una identità vera della Calabria che possa poi trovare sbocco in un  progetto anche politico di guida delle istituzioni: questa la traccia e l’obiettivo.

 E’ una speranza che va alimentata, pure nel fuoco e nel tormento di una stagione ancora più  difficile di quello che potevamo pensare. Ma dobbiamo ‘’partire da noi, dalla nostra storia, capire, comprenderci e darci dei compiti’’.

  Fuori da tutto questo è davvero tutto inutile.

Filippo Veltri

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