La riflessione/ Maurizio Alfano: "Divisi fra scimmie e cani rabbiosi. La metamorfosi del genere umano"

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Maurizio Alfano
  14 giugno 2020 15:09

di MAURIZIO ALFANO

Naufragar m’è dolce in questo mare. La deriva alla quale abbiamo abdicato da tempo, la tempesta dei pregiudizi, il vento che agita le onde della nostra bestialità hanno reso possibile accettare il naufragio e la morte per annegamento di oltre sessanta migranti solo negli ultimi tre giorni colpevoli  solo di essersi imbarcati per sfuggire a morte certa alcuni, a condizioni di sfruttamento altri.

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Eppure rimaniamo impassibili, senza alcuna vergogna addirittura inveiamo ad ogni piè sospinto contro l’altra parte di noi, il genere umano sofferente. Non è un caso che i caporali possano chiamare i migranti scimmie nel disinteresse collettivo che stigmatizza il tutto nella colpevole condotta di un singolo. Ed invece non è cosi, quella frase, quella definizione sprezzante in danno dei migranti è la voce di tutti noi, nessuno escluso. Quel disprezzante modo di trattare i migranti sfruttati come bestie da soma, è l’atteggiamento che riassume le nostre colpevoli condotte contro l’altra parte di noi, il genere umano, reso sempre più disumano. Ecco, questo comportamento delittuoso come l’accumulo sprezzante di ricchezze mentre una parte del genere umano muore ancora per fame va ora riconosciuto nella sua barbarie. Non può impunemente ripetersi il rovesciamento della realtà che sdogana i morti dei naufragi conseguenza dell’immigrazione clandestina e non della politica dei confini che osteggiano per questa via la libera circolazione degli esseri umani nel mentre si privilegia la libera circolazione delle merci e dei capitali invece.

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Siamo sempre meno umani e sempre più esseri economici addestrati all’interno di un sistema di economia capitalistica ad una visione competitiva della vita e giammai inclusiva. La parola d’ordine è l’accumulo di ricchezza e merci da consumare e non la loro condivisione. Tutto ciò è aberrante, eppure l’abbiamo sdoganata come prassi normale, che anzi premia il successo industriale dei singoli, il loro presunto genio che nasconde invero l’assassinio delle più comuni forme di pacifica convivenza e mutualità necessarie al genere umano. Ci siamo abituati all’ineluttabilità dei migranti morti anziché indignarci contro chi parla di chiusura dei porti, nascondendo dentro ciò la loro incapacità a creare consensi su politiche universali e cosmopolite come il mondo nel suo continuo rinnovarsi insegna. Non siamo altro che esseri economici rabbiosi addestrati al consumo attraverso forme di lavoro che sfruttano e la classe operaia, e la classe dei professionisti tenuti al guinzaglio con forme di lavori atipici e privi di tutele ai quali ai primi come ai secondi viene ripetutamente ed ossessivamente detto che la loro condizione di sopravvivenza è ora messa in pericolo dall’invasione di migranti che concorrono la loro già precaria modalità di esistenza.

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Tenuti al guinzaglio del consumo, dall’idea di potercela fare, annaspiamo dentro una vita che al contrario ti porta in dote se sei tra i più fortunati un mutuo di almeno vent’anni, una macchina a rate, una vacanza con le finanziarie e sei ti arriva un imprevisto nella vita ricorrere all’usura. Ecco in cosa siamo stati trasformati, esseri economici privi di un futuro sempre più ipotecato al mondo dello sfruttamento che consegna in mano ai caporali i migranti e gli altri, gli autoctoni, in mano agli usurai che non sono affatto meglio dei primi, spesso sono la stessa incarnazione del male che chiede favori sessuali alle donne straniere come a quelle autoctone. Eppure tutto questo orrore, questo errore di avere codificato dentro di noi notizie ed informazioni ci lascia ancora indifferenti proprio mentre abbiamo appena visto la morte negli occhi. Nemmeno una pandemia, la fatalità di potersi ammalare per uno starnuto ci ha riportato in dote la ragione oramai svenduta per ogni singola e probabile affermazione personale ed al diavolo, alla malora migranti o commercianti o artigiani che ce ne frega, che muoiano tra le onde del mare i primi o soffocati dai prestiti ad usura i secondi. Ecco cosa siamo, cani tenuti al guinzaglio pronti ad essere aizzati nell’arena del combattimento della vita che per sopravvivere ha costruito una realtà parallela che non ti lascia via di scampo, uccidi o sarai ucciso. Cani rabbiosi, altro che scimmie, ecco cosa siamo.

Ecco la metamorfosi del genere umano in mano a predicatori dell’odio che su di esso costruiscono alcuni consensi politici, altri economici, nel mentre la funzione della Chiesa diventa di mera opposizione e non di una convinta azione di scomunica contro chi, chiunque, inveisca contro ogni essere umano che altro non è ad immagine e somiglianza del loro Dio. Ma chi crede, in cosa crede, se ciò che pratica quotidianamente è l’odio e la minaccia contro i più deboli. Che razza di mondo è questo? Ecco, mai come in questo caso la parola razza può prestarci soccorso, poiché non è un mondo abitato da esseri umani se si sbranano tra di  loro in nome di presunte differenze per il colore della pelle. In questa ulteriore dislocazione di fase il capitalismo ha finito dopo aver sfruttato ogni forma di differenza e concorrenza tra le diversi merci che produce per inscenare una forma più sofistica ed aberrante di stare sul mercato traendo maggiori profitti dalla polverizzazione dei diritti sindacali, attingendo sempre più al mondo del lavoro sfruttato attraverso un rinnovato modello di schiavismo del terzo millennio. Quindi ora il modello capitalistico si sfida nel generare maggiori profitti su chi vuole entrare nel mondo del lavoro e come scimmia o come cane rabbioso. Animali in entrambi casi, così ridefiniti uomini e donne pronti e proni a farsi sfruttare per una vita e se per due mesi il sistema si ferma è la dimensione del fallimento personale ciò che ti assale e pertanto necessita trovare un colpevole che ieri era il nero per i bianchi, oggi le scimmie per i cani a guinzaglio ai quali è necessario dare in pasto un nuovo nemico da sbranare.

È un’umanità naufragata la nostra, e chissà se nonostante il suo apparente pessimismo Leopardi sarebbe arrivato a pensare mai che, naufragar mi è dolce in questo mare – potesse diventare il nuovo grido di dolore per i migranti di oggi per sottrarsi addirittura ad una vita di stenti se anziché naufragare riescano a sopravvivere. Un’esagerazione? Chiediamolo a loro, a quelli trattati come scimmie e bastonati come cani che popolano i campi dell’agricoltura e dello sterminio dei diritti umani o a quelle donne che abitano le strade della prostituzione se, e almeno per un solo istante non hanno pensato che fosse stato meglio e dolce naufragare anziché essere ripetutamente violentate e stuprate dall’indifferenza di ognuno di noi.

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