
di VINCENZO NICOTERA
Da calabrese, radicato alla sua terra, da medico geriatra che conosce molto bene le caratteristiche dei pazienti e delle famiglie, spero che anche qui inizi un vero rinnovamento su temi fondamentali della sanità. Non bastano più denunce: occorre costruire insieme un modello nuovo di cura e dignità. È necessario compiere determinati passi per tutta la gente che ne ha bisogno. Il mondo cambia a una velocità che le forme tradizionali di impresa cooperativa faticano a seguire, le grandi transizioni in atto - sanitaria, demografica, digitale, ambientale - impongono un’evoluzione dei modelli organizzativi ed imprenditoriali.
La strada è quella di un incontro virtuoso tra cooperazione e ‘capitale pazienti’, quelli che non pretendono rendimenti immediati e che non sono vocati alla speculazione, ma condividono una visione di lungo periodo. Serve una cooperazione di seconda generazione, che sappia misurare il proprio valore non solo in termini economici, ma in termini di benessere prodotto, di relazioni generate, di dignità restituita. Oggi questa missione passa da un nuovo patto tra pubblico, privato e terzo settore, fondato su una collaborazione paritaria e strategica in cui ciascuno porta il meglio di sè: la responsabilità di una regia, la capacità di investimento, la visione sociale.
Tutto ciò si evince dal fatto che la crisi della sanità è l’esito di una precarietà strutturale che oramai si trascina da decenni; sottofinanziamento cronico, carenze di personale, domanda di salute sempre più complessa e un’organizzazione che fatica a rispondere ai bisogni reali delle persone. Nel frattempo emerge una trasformazione demografica che cambierà radicalmente la domanda di salute. Crescono le fragilità, aumentano le cronicità, si allarga la platea di coloro che vivono condizioni di non autosufficienza. Si persevera ad investire quasi esclusivamente sugli ospedali, presidi indispensabili, ma non autosufficienti, trascurando ciò che potrebbe alleggerirli: la rete dell’assistenza primaria, domiciliare, della semiresidenzialità e della residenzialità, dimostrando anche una crisi di visione. Cosi gli ospedali restano sotto pressione, i professionisti esausti, e i cittadini sempre più spinti verso il privato.
Serve un modello fondato sulla sussidiarietà organizzata, capace di mettere in rete Regione, operatori della sanità territoriale, cooperative e Terzo Settore. Quando, all’indomani della guerra, i padri costituenti affermarono che “la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata “, consegnarono al paese una visione economica e morale insieme: l’idea che il lavoro, l’impresa e la stessa economia potessero essere strumento di un bene comune. Quel principio non è una formula astratta, ma un mandato che ancora oggi ci interpella. Il terzo settore e in particolare la cooperazione sociale, ha dimostrato negli anni di saperlo interpretare, costruendo welfare di prossimità, portando servizi essenziali dove lo Stato faticava ad arrivare, dando dignità al lavoro e rafforzando la comunità. Tuttavia oggi questo patrimonio rischia di non essere più sufficiente.
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