
di MARILINA INTRIERI
Le parole della Presidnte del Consiglio sul caso del cittadino irregolare con numerose condanne penali, che non può essere trattenuto per effetto di una decisione giurisdizionale, non sono una polemica contro i giudici. Sono la denuncia di un problema strutturale che l’Italia continua a eludere.
Il punto non è la tutela dei diritti, che resta un fondamento irrinunciabile dello Stato di diritto. Il punto è l’effettività dell’azione pubblica. Quando lo Stato non riesce a trattenere né rimpatriare soggetti pluricondannati, l’equilibrio tra garanzia giurisdizionale e sicurezza collettiva risulta compromesso.
In materia di immigrazione, il controllo giudiziario non può tradursi in una paralisi sistematica delle decisioni politiche legittimamente assunte. In nessun altro grande Paese europeo questo conflitto tra indirizzo politico e giurisdizione assume caratteri così ricorrenti e debilitanti per l’azione dello Stato.Segnalare questa anomalia non significa mettere in discussione l’autonomia della magistratura, ma riaffermare un principio essenziale: senza capacità di attuazione, anche le migliori norme restano dichiarazioni di principio”
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