
Prosegue il dibattito sulle nuove indicazioni nazionali per il curricolo dei licei, al centro di un acceso confronto. Alcuni docenti dell’università di Bologna hanno lanciato una petizione per promuovere una discussione collettiva sulle linee guida del ministro Valditara riguardanti i programmi di filosofia. Gli autori della petizione definiscono temeraria l’esclusione di pensatori classici della tradizione razionalista e materialista, ritenuti invece fondamentali per lo studio critico del XX secolo e del mondo contemporaneo.
Proprio mentre si innescava la polemica sull’esclusione di Marx dallo studio della filosofia, per una straordinaria coincidenza, venivano alla luce le riflessioni filosofiche di Paolino Mongiardo, saggista calabrese scomparso nel 2024, che nel suo saggio postumo fa una rivalutazione critica della figura di Marx.
Oggetto di riflessione è, in particolare il ruolo dell’individuo nel pensiero marxista, “un individuo – scrive nella prefazione il dirigente scolastico Ferdinando Rotolo- che è ben ancorato nella socialità della vita reale, nelle dinamiche della comunità e non è, né guidato da una Idea che lo riduce ad uno strumento della dialettica della storia, né immerso in una sorta di libertà assoluta, che assomiglia più ad un mare aperto in cui egli, avendo smarrito la rotta, non sa quale direzione prendere”.
Paolino Mongiardo, con riflessioni di sorprendente attualità, si adopera a dimostrare che nel marxismo, “l’individuo, come soggetto spirituale che agisce e che pensa- scrive Rotolo- trova la sua espressione autentica e non viene ridotto a ‘cosa’, come invece avviene nella società capitalistica (e tardo-capitalistica), in cui ogni individuo è, potenzialmente, declassato al rango di merce o di cosa e in cui sempre minori appaiono gli spazi dell’esistenza umana che risultino ancora preservati dalle ferree logiche del mercato globale. E parallelamente, il prof. Mongiardo si adopera, in modo lodevole, a dimostrare che Marx non fu solo uno sociologo o un economista, ma un vero e proprio filosofo integrale, che non intendeva limitarsi a descrivere uno stato di cose, ma intendeva fornire ai posteri gli strumenti per agire su di esso e modificarlo”.
Negli anni 60, alla Sapienza di Roma, Paolino Mongiardo iniziava a interessarsi al pensiero marxista, sotto la guida del suo professore Ugo Spirito, che lo esortava a sviluppare le sue originali intuizioni filosofiche, arrivando a dimostrare come Marx sia stato un vero filosofo con la effe maiuscola, e non un pensatore secondario, prestato all’economia e alle scienze sociali. “Quantunque il problema sia e resti aperto ad ogni possibile soluzione- scrive Mongiardo- mi sono fatto convinto che, di contro a tante determinazioni astratte dell’umana individualità, le quali sono patenti anche in chi dell’uomo ne fa tutta una celebrazione, l’individuo, preso nella sua concretezza ed interezza fisico-spirituale, può solo individuarsi nell’ambito del pensiero marxista, nel quale sta come una virtus in medio rispetto all’idealismo, che lo priva della sua libertà individuale, e rispetto all’esistenzialismo sartriano, che lo fa annegare nell’illimitata libertà”.
Di sorprendente attualità è la considerazione di Paolino Mongiardo sulla critica mossa a Marx: “si muove ancora oggi contro il pensiero di Marx – scrive- una istanza critica ingiusta quando si afferma che egli non è riuscito a cogliere l’emergere delle classi intermedie in quanto le considerava gruppi sociali subordinati alla classe dominante, privi cioè di reale autonomia e di rilevanza storica. È vero che oltre al termine di proletariato Marx usa quelli di sottoproletariato e di ceto medio, ma occorre intendere, io credo, la ripartizione di tali categorie in Marx come una reale e necessaria distribuzione su un piano di struttura sociale, in cui avviene la distribuzione di compiti specifici nella socialità del lavoro e non già come una discriminazione di valori e nel senso che le classi intermedie non abbiano “coscienza di classe” o siano senza destino”.
Mongiardo osserva come il pensiero marxista “contiene in sé un potente lievito umano, perché proteso alla rivendicazione dei valori individuali, la consapevolezza della loro dignità non coartabile e non alienante. Oggi ogni lavoratore del braccio e del pensiero ha acquistato la coscienza di come vadano o dovrebbero andare le cose che lo riguardano e sotto ogni proposizione di Marx c’è la profezia e la speranza di questo progresso materiale e spirituale insieme dell’uomo. Se poi si volesse obiettare che non è stato il pensiero di Marx a fornire una tale coscienza alla massa, ma che sono stati i cambiamenti e le evoluzioni sociali che si sono verificati fuori di quell’ambito, basta guardare al fatto che oggi la massa si volge a quel pensiero piena di riconoscenza per quello che ha ottenuto e piena di speranza per quello che di meglio ancora si aspetta dal futuro, per accorgersi che quel pensiero ha dovuto senza dubbio esercitare una certa positiva influenza, sia pure inavvertita e sotterranea, sulla opinione collettiva”.
Secondo Paolino Mongiardo, per il modo come Marx insomma ha teorizzato il rovesciamento di tutto il sistema di cose e di idee nel campo di quella filosofia che voleva essere la vera filosofia, se fosse vissuto in altro tempo avrebbe fatto la gloriosa fine di Bruno; “a lui invece – scrive il saggista calabrese- è costato l’immeritato destino di non essere da parte di taluni detrattori riconosciuto filosofo e qualificato con le più improprie denominazioni. Così, l’economista, il sociologo, il politico, per esempio, se lo sono diviso un po’ per uno, senza chiedersi se non fossero piuttosto i metodi delle loro scienze dei metodi empirici, descrittivi e classificatori e non dei metodi filosofici. Perciò io credo – scrive Paolino Mongiardo- che un pensatore come Marx sia un filosofo integrale e che sia prima di tutto filosofo. Infatti il suo pensiero non aveva per iscopo di descrivere semplicemente uno stato reale di cose nel loro necessario svolgersi, ma più propriamente quello di teorizzare una dottrina speculativa atta a modificare quello stato di cose rivendicando l’individuo come soggetto psico-fisico intero e concreto”.
Diversamente dal concetto di individuo sartriano, secondo Mongiardo, il marxismo riesce a risolvere meglio il problema teorico, in quanto l’umanità che esprime non è un “collettivo” astratto.“Per il marxismo infatti – scrive Mongiardo- quell’umanità siamo noi tutti individui della terra, finiti e nello stesso tempo infiniti, nel senso che siamo sempre attivi e nel senso che ci è consentito e riconosciuto il potere di costruire e dirigere la storia e di volgerla in un verso piuttosto che in un altro, anche se poi non riusciamo mai a raggiungere (e guai se la raggiungessimo) la verità assoluta. Infatti, la verità che possiamo raggiungere vivendo è una verità fatta di sole parti, le quali non arrivano mai al tutto. Questo è il procedimento stesso del fare scientifico che è il più giusto perché è quello che ci offre verità e non dogmi. E come per la scienza, il muoversi verso la verità è per il marxismo un muoversi intenzionale ed è condizionato dalla struttura economica. Infatti, il mondo bisogna concepirlo legato alla temporalità e alla struttura economica e perciò stesso alla storicità. E l’individuo che vive mentre vive in questo mondo è sempre un soggetto trascendentale, perché se egli non può raggiungere mai la verità assoluta, può però sempre superarsi verso la verità alla quale intenzionalmente e incessantemente tende”.
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