
di TERESA MENGANI
Ogni giorno ci svegliamo e attraversiamo una galleria di tragedie. Una bambina massacrata di botte. Uomini arsi vivi dall’odio. Delitti che tornano a interrogare le coscienze dopo anni di silenzio. Guerre che continuano a mietere vittime civili, a distruggere città e a disseminare sofferenza. Eventi che, presi singolarmente, dovrebbero scuotere profondamente l’opinione pubblica. Eppure sembrano consumarsi con una rapidità impressionante, inghiottiti dal flusso incessante delle notizie.
La questione non riguarda soltanto ciò che accade nel mondo. Riguarda ciò che sta accadendo a noi.
Che cosa succede a una società esposta quotidianamente a un accumulo così vasto di violenza, dolore e tragedie? Che cosa resta della capacità di indignarsi quando l’eccezionale diventa routine?
Viviamo immersi in un ecosistema informativo che ci espone in tempo reale al dolore del mondo intero. Ogni tragedia entra nelle nostre case senza bussare. Scorriamo immagini di guerra tra un messaggio e una pubblicità, tra una notizia di cronaca e un contenuto d’intrattenimento. Il dramma e il banale convivono nello stesso spazio, sullo stesso schermo, separati soltanto dal movimento di un dito.
Ci indigniamo. Commentiamo. Condividiamo. Poi passiamo oltre. Non perché siamo diventati insensibili o moralmente indifferenti. Piuttosto perché siamo saturi. L’essere umano non è fatto per sostenere un’esposizione continua e illimitata al dolore. Di fronte a un bombardamento permanente di notizie tragiche, sviluppa inevitabilmente forme di adattamento emotivo. È un meccanismo di difesa che consente di continuare a vivere senza essere travolti. Ma ogni difesa ha un prezzo.
Il rischio è che la tragedia perda la sua eccezionalità e si trasformi in sfondo. La morte di una bambina, un femminicidio, una strage, un linciaggio, i crimini di una guerra, un caso giudiziario che riaffiora dal passato: tutto viene assorbito nello stesso flusso ininterrotto di informazioni. La nostra attenzione non si ferma abbastanza a lungo da comprendere. La commozione non si trasforma in riflessione. L’indignazione raramente diventa consapevolezza.
Così il male smette di sorprenderci. Non perché sia meno grave, ma perché è diventato onnipresente.
Le tragedie si susseguono a una velocità tale da non lasciare spazio alla sedimentazione. Ogni evento occupa il centro del dibattito pubblico per poche ore o pochi giorni, prima di essere sostituito da un nuovo fatto, altrettanto drammatico. L’orrore appare, invade le conversazioni, genera reazioni immediate e poi scivola via, trascinato dalla corrente incessante dell’informazione.
È qui che si nasconde il pericolo più profondo. Non nella brutalità dei singoli fatti, che continua a sconvolgere, ma nella loro progressiva normalizzazione. Quando una bambina ridotta in fin di vita non riesce più a interrompere il corso ordinario delle nostre giornate. Quando le vittime di una guerra diventano numeri. Quando l’ennesima atrocità viene accolta con una rassegnata constatazione: “ormai succede sempre”. In quel momento non siamo di fronte soltanto a una crisi della sicurezza, della politica o della giustizia.
Siamo di fronte a una crisi della sensibilità collettiva.La società contemporanea rischia di trasformare il dolore in consumo, l’indignazione in reazione istantanea, la tragedia in contenuto. Ci emozioniamo rapidamente e altrettanto rapidamente dimentichiamo. Manca il tempo della memoria, dell’elaborazione, della comprensione profonda. La sofferenza altrui diventa rumore di fondo.
E quando quel rumore di fondo è fatto di violenza, morte e sopraffazione, il rischio non è soltanto quello di convivere con il male. È quello di considerarlo una componente inevitabile del paesaggio.
Per questo la domanda più urgente non è perché il mondo continui a generare atrocità. La storia umana, purtroppo, ne è sempre stata attraversata. La domanda è un’altra: che cosa accade a una comunità quando l’orrore non riesce più a scandalizzarla? Forse la minaccia più sottile del nostro tempo non è soltanto la violenza che riempie i titoli dei giornali. È l’anestesia emotiva che quei titoli, giorno dopo giorno, rischiano di produrre dentro di noi. Perché una società perde qualcosa di fondamentale non soltanto quando smette di indignarsi. Ma quando smette di sentire.
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