Mengani: "Quando il potere si crede padrone del Paese, la democrazia presenta il conto"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Mengani: "Quando il potere si crede padrone del Paese, la democrazia presenta il conto"


  04 novembre 2026 14:54

di TERESA MENGANI 

Da Trump all’Italia, il rischio è lo stesso: confondere una vittoria elettorale con un’investitura permanente e il mandato a governare con il diritto di esercitare un potere senza limiti.

C’è un problema con gli uomini che si credono indispensabili: prima o poi finiscono per confondere il proprio destino politico con quello del Paese che governano. È allora che il potere smette di essere uno strumento al servizio dei cittadini e diventa, nella loro percezione, una proprietà da difendere contro chiunque osi metterlo in discussione.

La vicenda di Donald Trump offre uno spunto di riflessione che va ben oltre i confini degli Stati Uniti. Gli elettori non sono una proprietà privata, il dissenso non si cancella con gli slogan e la vittoria nelle urne non rappresenta un assegno in bianco. Vincere le elezioni significa assumersi la responsabilità di governare, non ottenere il diritto di sottrarsi al giudizio dei cittadini.

La democrazia, infatti, non si esaurisce nel momento del voto: vive nel confronto, nella libertà di critica, nel rispetto delle istituzioni e nella possibilità di cambiare orientamento politico.

È una lezione che riguarda anche l’Italia. Nel nostro Paese non mancano atteggiamenti che sembrano alimentarsi della convinzione che una maggioranza parlamentare possa trasformarsi in una legittimazione assoluta. Come se il governo coincidesse con lo Stato e il risultato elettorale attribuisse a chi vince il monopolio della verità e dell’interesse nazionale.

A Giorgia Meloni e ai suoi alleati dovrebbe arrivare un messaggio inequivocabile: il mandato ricevuto dagli elettori autorizza a governare, ma non a ignorare i limiti costituzionali, a delegittimare il dissenso o a considerare le istituzioni una proprietà della maggioranza di turno.

La Costituzione, del resto, non appartiene a chi governa in un determinato momento storico. È il fondamento della convivenza civile e il riferimento che ogni forza politica, indipendentemente dal consenso ottenuto, è chiamata a rispettare.

Non si tratta di mettere in discussione il diritto di una maggioranza a governare: quel diritto è il cuore della democrazia. Si tratta di ricordare che nessuna maggioranza è al di sopra delle regole e che rappresentare il Paese significa anche riconoscere la legittimità di chi la pensa diversamente.
Il vero banco di prova di un leader non è soltanto la capacità di conquistare il consenso, ma quella di accettare il dissenso. La sua autorevolezza si misura anche nel rispetto dei contrappesi istituzionali e nella consapevolezza che ogni mandato politico è temporaneo.

È forse questo che gli uomini forti faticano maggiormente ad accettare: scoprire che i cittadini non sono sudditi e che nessun leader, per quanto votato, può identificarsi con l’intero Paese. I governi passano, i leader cambiano, le maggioranze si alternano. La democrazia resta. E non appartiene a chi la governa, ma ai cittadini.

Scegli La Nuova Calabria come fonte preferita su Google

Vedrai più spesso le nostre notizie tra le Notizie principali della ricerca Google. Spunta la casella accanto a lanuovacalabria.it e aggiorna la pagina.

Aggiungi su Google