





di SETTIMIO PAONE
Ci sono giorni dell’anno che non passano soltanto sul calendario, ma attraversano l’anima. La Settimana Santa è uno di questi. Arriva in silenzio, ma entra nelle case, nei pensieri, nei ricordi di chi ha vissuto la fede come un respiro quotidiano, come un filo invisibile che unisce generazioni.
Il Giovedì Santo, con la solenne celebrazione della Missa in Cena Domini, è forse il momento in cui questo filo torna a farsi più forte. È il giorno del dono, dell’amore che si fa servizio, del Cristo che si china davanti all’uomo e gli lava i piedi. Un gesto semplice, ma capace di scuotere anche i cuori più distratti.
A Montauro, quest’anno, quel gesto ha avuto il sapore delle cose nuove e insieme antiche. È stata la prima volta per il giovane sacerdote don Brunello Gallace Valente, e si è percepito sin da subito che non sarebbe stata una celebrazione come le altre. C’era qualcosa nell’aria, una delicatezza, una cura, quasi un voler accarezzare la comunità e riportarla lentamente dentro casa.
Gli apostoli, scelti tra le diverse età del paese, erano il volto stesso di Montauro: giovani, adulti, anziani. Mani diverse, storie diverse, ma unite nello stesso momento, nello stesso silenzio. Quando è iniziata la lavanda dei piedi, in quella chiesa si è fatto spazio qualcosa di più grande delle parole. Era il Vangelo che tornava vivo, che si faceva gesto, carne, emozione.
Per molti è stato un ritorno. Un ritorno a quando, da bambini, si seguivano questi riti stringendo la mano dei nonni. Un ritorno a quelle Pasque in cui tutto il paese si fermava, e anche il tempo sembrava rispettare il mistero. Gli anni del Covid avevano spento, almeno in parte, questa dimensione collettiva, avevano creato distanza, silenzi, abitudini smarrite.
Eppure, in questo Giovedì Santo, Montauro ha risposto. La chiesa si è riempita, ma non solo di presenze: di sguardi, di attese, di emozioni trattenute. C’era chi pregava in silenzio, chi osservava con gli occhi lucidi, chi semplicemente si lasciava attraversare da quel momento.
Perché Pasqua è passaggio. È attraversare il buio sapendo che da qualche parte, anche se non la vedi, c’è già la luce. E in quella luce Montauro sembra volersi ritrovare, riscoprendo la propria fede non come abitudine, ma come scelta, come bisogno, come appartenenza.
Sono gesti semplici, quelli della tradizione. Ma dentro custodiscono una forza antica, capace di tenere insieme un paese, di ridargli respiro, di ricordargli chi è. E allora non è solo una celebrazione. È qualcosa di più profondo, di più vero.
È una comunità che, passo dopo passo, torna a credere.
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