Nadia Paone, dopo il David di Donatello il ritorno alla quotidianità

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  16 maggio 2026 07:41

di FRANCESCO IULIANO

Dopo l’emozione per la vittoria ai David di Donatello, Nadia Paone è tornata alla sua quotidianità fatta di lavoro, affetti e legami profondi con la sua terra. Fonico di mix originaria di Catanzaro, oggi romana d’adozione, non ha mai reciso il filo che la lega a Gagliano, il quartiere dove è cresciuta e dove vive ancora la sua famiglia.

Il riconoscimento è arrivato grazie al lavoro svolto per “Primavera”, film diretto da Damiano Micheletto e premiato con il David per il miglior suono. Per Nadia si tratta di un traguardo importante maturato dopo tredici anni di esperienza in Laserfilm ed alla terza candidatura.

“Quando hanno annunciato il titolo del film vincitore non ho capito più nulla – racconta –. È stata una felicità immensa. Tutte le ore passate a lavorare al buio in sala mix hanno trovato finalmente la loro luce”.

Secondo Paone, la forza del progetto è stata nella continua ricerca della naturalezza sonora. “Con Micheletto abbiamo sperimentato tanto, senza mai accontentarci. La sfida era far vivere una Venezia del Settecento in modo autentico, evitando un suono artificiale o troppo “pulito””.

Il film alterna musica, silenzi e atmosfere sospese. “Non era solo un film musicale – spiega – ma un racconto fatto anche di silenzi, sensazioni e ambienti sonori freddi che accompagnano il desiderio di libertà della protagonista Cecilia, interpretata da Tecla Insolia”.

Fondamentale il lavoro di squadra, iniziato già nella fase di pre-produzione. Accanto a Nadia hanno lavorato, tra gli altri, Davide Favargiotti, Gianluca Scarlata, Daniele Quadroli e il foley artist Italo Cameracanna, coinvolto nella ricostruzione dei dettagli sonori degli strumenti musicali.

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“Il mix è un lavoro di precisione e sensibilità – sottolinea –. Significa mettere insieme dialoghi, ambienti, effetti e musica cercando un equilibrio che renda il film vivo e credibile”.

Il percorso professionale di Nadia parte proprio da Gagliano. Da ragazza suonava nella banda del quartiere, giocava a calcio e collaborava con il Circolo Gagliano durante spettacoli teatrali e serate. “È lì che ho iniziato a “smanettare” con il mixer e a capire che il suono sarebbe diventato il mio mondo”.

Determinante fu poi l’incontro con Mario Iaquone, che la spinse a tentare l’ingresso al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Qui ha conosciuto maestri come Federico Savina e Marco Coppolecchia, figure decisive nella sua formazione.

Nel corso degli anni Nadia Paone ha collaborato a produzioni importanti, lavorando anche nel settore del doppiaggio e del versioning italiano di film internazionali. Un percorso costruito con impegno in un ambiente tradizionalmente maschile.

“All’inizio molti cercavano “il fonico” senza immaginare che fossi io – racconta –. Col tempo ho dimostrato che si può fare questo mestiere anche senza i baffi e i capelli bianchi”.

Il David di Donatello, conclude, è dedicato alla sua famiglia, agli amici di sempre e a tutte le persone che hanno creduto nel suo talento. 

“Lo dedico a mio padre Domenico e mia madre Vincenza che hanno fatto tanti sacrifici non solo economici per far studiare noi figli, ma anche affettivi perché ci hanno dovuto lasciare andare per farci rincorrere i nostri sogni. A mia sorella Mariarita e mio fratello Cristian, ai nipoti e cugini Gaia, Giorgia, Tommy, Stefy, Matteo ed tutti i miei amici d’infanzia di Gagliano. Lo dedico alle persone che hanno creduto in me, in particolare a Federico Savina e Marco Coppolecchia. Lo voglio dedicare al reparto tecnico del mio studio Laserfilm perché, io potrò pure essere il pilota, ma se non ci sono i meccanici e gli ingegneri che sanno cosa modificare per far andare la moto più veloce e stabile da sola  non sarei andata da nessuna parte. Quindi a Francesca Romano, Marco Mancini, Massimiliano Normanno che sono il mio In e il mio Out e il mio supporto morale; a Gabriele Ioannucci, Ettore Rossi, Dario Laurent, Alessandro Gubbiotti ed a tutti quelli degli uffici, reparto QC Valerio e Silvio, che mi hanno vista crescere. E ringrazio quelli che pensavano che non potessi fare questo mestiere o storcevano il naso quando mi vedevano, forse piccola, donna: perché mi hanno ancora di più dato la voglia di voler fare questo mestiere”.


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