
Da Catanzaro al MARCA di Catanzaro, fino a Taverna: la storia di un artista che ha fatto della solitudine contemporanea il suo quadro.C'è un Catanzaro che dipinge. Che non urla, ma graffia la tela. Si chiama Nicola Caserta, è nato a Catanzaro il 20 ottobre 1969, qui vive, qui resiste, qui crea. Ed è oggi una delle voci più autentiche e scomode dell'arte emergente calabrese. La sua storia comincia dove cominciano le storie vere: in una bottega. Quella del maestro Giovanni Marziano. Lì impara il realismo romantico, il rispetto per la figura, per la mano. Poi l'Accademia di Belle Arti di Catanzaro, diploma con 106/110, e i primi premi che contano: Pizzo, Crotone, il Sila. Ma c'è un dettaglio che pochi sanno e che spiega tutto: la sua formazione scientifica. Caserta guarda la materia come uno scienziato guarda la terra.
La natura non è sfondo, è sostanza. E questo si sente.Poi il silenzio. Un tempo di pausa che per un artista è necessario come il pane. Quando torna, non è più lo stesso. Il tratto si è fatto nervoso, inquieto. Il colore non vuole più imitare la realtà, vuole tradirla. Siamo in pieno Espressionismo, con echi di Art Brut. Al centro non più paesaggi, ma volti. Volti femminili soprattutto. Umanità.Chi lo studia parla di un'affinità poetica con Henri Rousseau, il Doganiere. Non copia, sia chiaro. È consonanza. Come Rousseau trasformava la giungla in sogno, Caserta trasforma il bar, la strada, la nostra quotidianità in simbolo. Solo che il suo sogno è più aspro. Più nostro.Ed eccolo, il ritorno. Quello che conta. "Frammenti di Assoluto" al MARCA di Catanzaro. Poi il Complesso Monumentale di San Domenico a Taverna, nel Museo di Mattia Preti.

Entrambi poli museali,sotto la direzione artistica della Dott.ssa Tania Eomeo e del critico d' arte Federico Ottolini. Proprio lì, a Taverna, gli consegnano il riconoscimento che vale più di tanti proclami: Artista Emergente.Perché le sue tele non sono belle. Sono vere.E la verità che raccontano è quella che viviamo tutti e che pochi hanno il coraggio di dipingere: la solitudine.Prendete un suo bar. Il luogo dove ci si incontra, dove si parla, dove si è comunità. Nei quadri di Caserta il bar è il contrario. Ognuno è un'isola. Un monolite. Non ci si guarda, non ci si parla. A parlare è il bicchiere. Il vino. L'oggetto che diventa l'unico amico.È la fotografia spietata di quello che siamo diventati: tutti connessi, tutti soli. Auto-referenziali. Chiusi nel nostro piccolo perimetro, incapaci di chiedere all'altro: come stai?Il tratto è marcato, duro, quasi tedesco nell'espressionismo.
Ma se allora era la guerra a spezzare l'uomo, oggi è qualcosa di più subdolo: è l'indifferenza quotidiana, è l'autoesibizione, è il vuoto relazionale.Nicola Caserta non dipinge per piacere. Dipinge per dirci che stiamo scomparendo l'uno dagli occhi dell'altro. E che l'unica cosa che ci resta è guardarci, finalmente, in quello specchio.Un catanzarese che racconta il mondo. Partendo dalla nostra terra.
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