
di MARILINA INTRIERI
La vicenda delle espressioni offensive rivolte alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, apparse sul profilo social di un magistrato che ne ha successivamente disconosciuto la paternità, solleva una questione che investe la cultura politica e civile del nostro Paese.
Non serve riprodurre qui quelle offese per riflettere sul pregiudizio classista e sessista che esse esprimono.
La Repubblica ha conosciuto autorevoli uomini di Governo provenienti da ambienti sociali molto modesti che hanno raggiunto le più alte responsabilità istituzionali. È quindi particolarmente significativo che oggi nei confronti della prima donna presidente del Consiglio della storia italiana si ricorra a un linguaggio che intreccia il pregiudizio sociale e di genere.
Nella storia democratica la provenienza popolare è un elemento che spesso ha rappresentato un valore politico e una testimonianza di emancipazione e di partecipazione di ceti un tempo esclusi dal potere e la stessa rappresentanza democratica fondata sul superamento delle barriere sociali e non sulla loro riproposizione.
La legittimazione di Giorgia Meloni all’incarico che ricopre deriva, secondo le regole della nostra democrazia costituzionale, dal consenso degli elettori e dalla fiducia del Parlamento e le scelte del suo Governo possono e devono essere sottoposte al giudizio critico, anche severissimo, dei cittadini ma nessuna critica politica può essere fondata sulla provenienza sociale o sulla condizione femminile.
La distinzione è sostanziale perchè la critica politica investe idee, decisioni e l’esercizio del potere, l’offesa personale, invece, sposta il giudizio su caratteristiche estranee alla responsabilità pubblica e in tal modo si impoverisce la qualità del confronto democratico facendo emergere una contraddizione culturale profonda.
Le battaglie per l’emancipazione femminile e per l’uguaglianza sociale hanno rappresentato tra le conquiste più importanti della nostra storia democratica, ma sono principi che, se applicati soltanto alle donne e alle persone delle quali condividiamo le idee, perdono la loro universalità.
La prima donna alla guida del Governo italiano è un passaggio fondamentale nella storia della partecipazione femminile alle istituzioni, indipendentemente dalla sua appartenenza politica ed è davvero un contraddizione non accettabile che proprio nei suoi confronti si faccia ricorso a stereotipi di genere che hanno storicamente limitato proprio l’accesso delle donne al potere.
Il pregiudizio di genere non cessa quando si colpisce un’avversaria politica e lo sprezzo di classe non è meno grave se viene rivolto a chi ha raggiunto la più alta responsabilità di Governo ed è orgogliosa delle sue origini popolari.
C’è un principio di coerenza democratica che va riaffermato che l’uguaglianza e il rispetto della persona non possono essere valori intermittenti da invocare o dimenticare secondo le appartenenze politiche.
Prima ancora che sulla contrapposizione politica è su questo terreno che la vicenda, a mio parere, va discussa e commentata e la dignità della persona non può dipendere dall’appartenenza a uno schieramento così come il rispetto delle istituzioni non può essere subordinato alla condivisione delle idee di chi le rappresenta.
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