





Silenzio, sorrisi, stupore. E poi la musica che appare sulla scena all’improvviso, nel cuore del bosco. Non si possono raccontare le prime due giornate di Opera Sila senza partire dalle persone. Più di 500, arrivate da tutta la Calabria, che sabato 5 e domenica 6 settembre hanno formato una lunga e ordinata carovana lungo i sentieri della Sila. Un popolo di persone curiose, attente, incantate, che ha attraversato la montagna rispettando i suoi ritmi: camminando insieme, ascoltando, osservando, rallentando quando necessario, entrando nel bosco senza pretendere di modificarlo. È questa, forse, la prima immagine che resta di Opera Sila: una comunità temporanea che per due giorni ha scelto di stare dentro la natura, anziché limitarsi a guardarla.
Il festival gratuito, ideato da Vivodimusica, ha preso forma attraverso una proposta che ha messo insieme escursione, divulgazione, musica e racconto. Le guide ambientali e gli esperti hanno accompagnato il pubblico lungo i sentieri, indicando piante, alberi, tracce, storie e particolarità della biodiversità. E, lungo il cammino, quando meno ce lo si aspettava, arrivava la musica. Nessun palco, nessuna platea capace di imporre una distanza tra chi suona e chi ascolta. Le “imboscate artistiche” sono state vere apparizioni musicali nel paesaggio. Il pubblico in cammino quasi in religioso silenzio si imbatteva nell’appostamento di un musicista, già lì ad aspettarlo. Si fermava. Si sintonizzava con la natura, il cielo, l’acqua e la storia del territorio. Si sedeva per ascoltare e per qualche minuto tutto sembrava sospendersi, immerso in scenari naturali di rara bellezza.
È successo alla sorgente del fiume Crocchio, nella località Valle Lunga di Tirivolo, dove Carmine Ioanna, con la sola fisarmonica e le sue melodie sincere, ha ipnotizzato le persone. La sua musica è arrivata in un luogo già carico di silenzio e di natura, trasformando quella sosta in uno dei momenti più intensi della giornata.
E ancora, lo stesso rituale davanti a Prometeo, l’abete bianco millenario distrutto venticinque anni fa da un incendio doloso. Qui Claudia Vacca ha condiviso con il gruppo il mito dell’abete bianco, le leggende che lo hanno accompagnato, il sacrificio di Prometeo e, insieme, l’idea della rinascita, della natura che resiste e trova nuove forme per continuare a vivere.
Il racconto della foresta non è rimasto confinato alla divulgazione scientifica. Giovanni Vizza, durante il percorso, ha saputo catturare l’attenzione dei partecipanti mostrando dettagli della biodiversità che altrimenti sarebbero rimasti invisibili. E Carmine Lupia, parlando del pino laricio, ha saputo trasformare la conoscenza scientifica in un racconto appassionato, capace di coinvolgere ed emozionare. Così, passo dopo passo, l’escursione è diventata qualcosa di diverso da una semplice passeggiata: un susseguirsi di incontri e di scambi.
Davanti alla strada Borbonica, improvvisamente, è comparso Francesco Forni, che ha intonato nel bosco alcune delle sue canzoni in napoletano, restituendo al pubblico parole e melodie che raramente capita ormai di ascoltare in luoghi così lontani dai tradizionali circuiti dello spettacolo. Infine ad attendere il pubblico c’era un fuoriclasse della canzone italiana, Sergio Caputo che ha proposto brani iconici come “Mettimi giù”, “Bimba se sapessi” e l’intramontabile “Sabato italiano”. Ammaliato dalla magnificenza della Sila che, per alcuni tratti, gli ha suggerito una similitudine con i parchi americani di Yellowstone o Yosemite.
E poi, nella seconda giornata, un altro momento destinato a rimanere nella memoria: i Neri per Caso hanno lasciato la sicurezza del palco, dell’amplificazione e della tecnica per sistemarsi su un ponticello affacciato sul lago, all’interno del Centro Visite “Garcea” di località Monaco di Taverna. Davanti a loro, una platea silenziosa e rispettosa. Al centro della scena solo le voci, a cappella, e il paesaggio. Per alcuni minuti il lago, il bosco e quelle voci sono diventati una cosa sola.
«Questo festival unisce due bellezze: quella della musica e quella della natura», hanno raccontato i Neri per Caso, chiamati anche loro a misurarsi con una dimensione completamente diversa da quella del concerto tradizionale. «È proprio questo il senso delle imboscate artistiche: non portare il bosco dentro un concerto, ma portare la musica dentro il bosco con rispetto e discrezione», ha spiegato il direttore artistico Antonio Pascuzzo.
A rendere ancora più particolare il percorso sono state le condizioni stesse della montagna. Il festival ha scelto di assecondarne i tempi e le regole, anche meteorologiche. Francesco Benevento, della Stazione Meteorologica di Sant’Elia, ha introdotto entrambe le giornate raccontando il clima della Sila e quei microclimi che possono cambiare radicalmente temperatura e condizioni anche nell’arco di poche ore.
E il freddo, in effetti, è stato parte della giornata soprattutto nelle prime ore del mattino. Non un inconveniente da rimuovere, ma un altro elemento attraverso cui misurarsi con il luogo.
Dopo il cammino, Opera Sila ha chiesto alle persone di fermarsi. Sedersi. Ascoltare ancora. Ha preso forma così “Ritorno all’Ovile”, il format curato da Antonio Pascuzzo e Ivan Talarico, che ha portato il confronto fuori dai luoghi abituali del talk e dentro la campagna.
Talarico ha dialogato con gli ospiti, incalzandoli sui temi più profondi che riguardano la Sila, i paesi e soprattutto il senso dell’identità calabrese. Non una celebrazione nostalgica, ma interrogativi per riflettere: che cosa significa appartenere a un luogo? Che cosa rimane quando un paese perde la propria identità? E soprattutto: che cosa significa oggi essere comunità?
Lo storico Nando Castagna ha riportato alla luce una storia che racconta proprio la capacità di una comunità di riconoscersi nell’altro. Nel 1944 Catanzaro, nonostante la povertà e le difficoltà provocate dalla guerra, accolse migliaia di sfollati provenienti dalle zone del fronte laziale e campano, tra cui un grandissimo numero di cassinati. Una pagina di storia che la città sembra avere dimenticato e che Castagna ha riportato all’attenzione del pubblico di Opera Sila: una vicenda di solidarietà, altruismo e generosità che nel 2022 è valsa a Catanzaro la Medaglia d’Oro al Merito Civile.
Una città che, in qualche modo, ha smarrito la memoria di ciò che ha saputo essere. E proprio per questo il racconto è diventato una domanda sul presente: quanto della nostra identità siamo ancora capaci di ricordare? Intorno all’Ovile si sono intrecciate storie e prospettive differenti, mentre il pubblico continuava a partecipare, non più come semplice spettatore, ma prendendo parte alla conversazione.
A completare il racconto è stato anche il lavoro sul paesaggio sonoro, con l’intervento di Raffaele Costantino, DJ, produttore, conduttore radiofonico e curatore musicale. La sua riflessione ha invitato a compiere un gesto apparentemente semplice e invece non scontato: ascoltare. Ascoltare la biofonia, i suoni degli esseri viventi. La geofonia, quella della terra, del vento, degli alberi e dell’acqua. E l’androfonia, quella prodotta dall’uomo. Quando questi elementi trovano un equilibrio, nasce il paesaggio sonoro.
Ed è proprio ciò che è accaduto nei boschi di Opera Sila: per due giorni la musica non ha coperto il paesaggio. Ha imparato ad ascoltarlo.
Alla fine delle due giornate rimane l’immagine di quella lunga carovana che ha attraversato la Sila. Persone che hanno camminato insieme. Che hanno sorriso, avuto freddo, ascoltato, scoperto, applaudito. Persone che si sono lasciate sorprendere da un musicista comparso tra gli alberi o da una voce arrivata da un ponticello sul lago.
Un pubblico che, progressivamente, ha imparato a rispettare il silenzio necessario per ascoltare il bosco e la musica. È questo il risultato più importante di questa prima parte di Opera Sila: aver creato un’esperienza nella quale il pubblico non è stato semplicemente spettatore, ma parte di ciò che accadeva.
Un risultato reso possibile anche dalla rete di volontari, associazioni e realtà del territorio, tra cui Valle dell’Alli, Protezione Civile Angeli della Sila e Protezione Civile Comune di Zagarise, e dai ristoratori che hanno accolto artisti e staff: La Terrazza di Carmine Angotti, Spineto Sapori di Quinto Perri e Azienda Agricola La Podolica di Serra D’Amboli di Carmelo Vavalà.
Le prenotazioni per le attività del festival hanno fatto registrare da settimane il sold out, mentre anche il progetto “Do Ut Jazz”, realizzato con il supporto della Camera di Commercio di Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia, ha prodotto un significativo movimento sul territorio, mettendo in relazione musica, ospitalità e strutture ricettive.
E ora quella carovana è pronta a rimettersi in cammino. Opera Sila torna sabato 12 e domenica 13 settembre nell’area di Tirivolo. Ad attendere il pubblico ci saranno nuove imboscate musicali con Raiz & Solis String Quartet, Awa Ly, Nico Arezzo, Motta e Alessandro Malerba, oltre all’omaggio a Pino Daniele, realizzato in collaborazione con il Club Tenco – Il Tenco delle Due Sicilie.
Tornerà anche “Ritorno all’Ovile”, con Francesco Talarico, scrittore e presidente dell’associazione ’U ĥocularu, David Chierotti, segretario generale e responsabile social media del Club Tenco, Angelo Francesco Zumbo, studioso e scrittore, e altri ospiti.
Perché il viaggio di Opera Sila non è soltanto un viaggio nella montagna. È un modo per tornare a guardare, ascoltare e riconoscere i luoghi che attraversiamo. E, forse, per riconoscere qualcosa anche di se stessi.
Il progetto è realizzato con il sostegno della Regione Calabria – Fondi POC 2014/2020 Azione 6.8.3 – Settore 2 del Dipartimento Turismo, Cultura e Marketing Territoriale, nell’ambito degli interventi “Calabria Straordinaria” – Avviso Pubblico “Eventi Straordinari: la Calabria che incanta”. L’iniziativa ha ottenuto inoltre il sostegno economico e logistico di DNA Logistica e Paradiso Auto.
Partner istituzionali: Comune di Taverna, Parco Nazionale della Sila e Reparto Carabinieri Biodiversità di Catanzaro.
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