
Comandava, dava ordini e gestiva il traffico di droga. Maria Grazia Cortese, il cui nome figura fra quelli dei 14 arrestati nell’operazione della Dda denominata “Baia Bianca”, viene definita dagli altri stessi indagati come la “Rosy Abate” del Tirreno cosentino con riferimento alla protagonista della fiction interpretata dall’attrice Giulia Michelini. Dalle carte dell’inchiesta condotta dai carabinieri, emerge che la donna ricopriva un ruolo apicale nell’organizzazione criminale sgominata. Secondo l’accusa, la giovane 26enne nata a Chiaravalle, in provincia di Catanzaro, gestiva i traffici dell’organizzazione e stabiliva pure come punire chi trasgrediva i patti.
In alcune conversazioni telefoniche intercettate nel 2023, la giovane minacciava una persona che le doveva dei soldi per lo stupefacente comprato. Le minacce erano tante e ripetute. In una circostanza diventavano molto concrete: “Portami i soldi sennò a tua mamma la schiatto in corpo”. E aggiunse: “Lo sai benissimo che lo faccio. La gente di Cetraro vanno da mamma tua…quindi regolati tu”. Per gli inquirenti, Cortese e Luigi Ricci (un altro degli arrestati) sarebbero i “promotori” dell’organizzazione ricoprendo ruoli di vertice.
Secondo le indagini, i due dalle loro case stabilivano la quantità di droga da vendere; individuavano anche “nuovi sodali dell’attività di spaccio”; intrattenevano rapporti con i fornitori e stabilivano inoltre la modalità di trasporto della droga e di consegna. Sempre secondo i pm, i due detenevano la bacinella comune dove “confluivano i proventi dello spaccio”.
Lungo il Tirreno Cosentino la cocaina scorreva a fiumi. Secondo gli inquirenti, a gestirla era l’organizzazione sgominata dall’operazione della Dda denominata 'Baia Bianca' che ha portato in carcere 14 persone appartenenti a un’organizzazione attiva a Scalea e con ramificazioni anche in altre regioni. Le indagini dei Carabinieri hanno documentato che gli scambi di droga e denaro avvenivano "sempre secondo lo stesso schema” in cui gli indagati "si scambiavano poche parole” e, soprattutto, usavano un linguaggio criptico sia per fare riferimento allo stupefacente che ai loro affari.
La droga veniva infatti indicata come “caffè”, “documenti”, “giglio”, “sciroppo”, “bicarbonato”, “pietre”, “roba”. A volte, usavano pure espressioni implicite come “l’ho provata, è buona”, oppure “era più male che malamente”. Sempre con un linguaggio criptico venivano indicate le dosi, le forniture e si faceva riferimento ai prezzi (“il solito”, “come l’altra volta”). In alcune situazioni, però, gli indagati si riferivano alla droga senza lasciare dubbi utilizzando espressioni come “ho provato a squagliarla”, “due tiri”. Dalle conversazioni intercettate, gli indagati si attrezzavano per eludere i controlli delle forze dell’ordine, “ci hanno fermato, butta tutto” e “meno male che è andata dentro la calza”.
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