
Da Nord a Sud, da Est a Ovest della città, la gestione delle palestre comunali sembra aver bisogno di una radicale operazione di trasparenza. Il tema non riguarda lo sport in sé, che va difeso e sostenuto, né tantomeno le tante società che ogni giorno lavorano con serietà per garantire ai ragazzi occasioni di crescita, aggregazione e formazione. Riguarda, piuttosto, le regole con cui le strutture pubbliche vengono messe a disposizione.
La domanda è semplice: chi può entrare nelle palestre comunali, sulla base di quale titolo e con quale autorizzazione?
Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le segnalazioni relative all'accesso alle strutture sportive pubbliche e, soprattutto, alla disponibilità delle chiavi. Una circostanza che meriterebbe un chiarimento puntuale da parte dell'Amministrazione comunale: quante chiavi delle palestre sono state consegnate? A chi? Chi ne ha autorizzato la duplicazione? Esiste un registro aggiornato degli accessi? E soprattutto: chi risponde dell'utilizzo degli impianti quando manca una specifica concessione?
Sono interrogativi tutt'altro che secondari.
Le palestre comunali, infatti, non sono spazi privati messi a disposizione informalmente. Sono beni pubblici, e il loro utilizzo deve necessariamente essere regolato da procedure trasparenti, criteri uguali per tutti e provvedimenti formalmente adottati.
A destare perplessità sono anche alcune iniziative pubblicizzate sui social attraverso locandine e annunci relativi a raduni, allenamenti e attività all'interno di palestre comunali. In alcuni casi, stando alle segnalazioni, tali iniziative sembrerebbero essere state programmate o pubblicizzate nelle more delle procedure di assegnazione, quando cioè non sarebbe ancora intervenuto uno specifico provvedimento di autorizzazione..
Se così fosse, il problema sarebbe evidente: con quale titolo una società può occupare una struttura pubblica prima che l'assegnazione sia formalizzata?
La recente introduzione di una specifica procedura di assegnazione da parte dell'assessorato allo Sport va proprio nella direzione di mettere ordine e garantire maggiore certezza. Ma una procedura ha senso soltanto se viene applicata a tutti allo stesso modo e se, nel periodo precedente alla sua conclusione, non si creano corsie preferenziali di fatto.
Il punto non è impedire alle società sportive di svolgere la propria attività. Al contrario. Il punto è impedire che la necessità, assolutamente condivisibile, di garantire spazi alle associazioni sportive possa diventare il pretesto per derogare alle regole.
C'è poi un altro aspetto che non può essere ignorato: i costi di gestione delle strutture.
Acqua, energia elettrica, riscaldamento, manutenzione e altri servizi vengono sostenuti, direttamente o indirettamente, dalla collettività. Se una società utilizza una palestra pubblica senza una regolare concessione, occorre allora chiarire anche chi sostiene i relativi costi e sulla base di quale autorizzazione.
Non si tratta di una questione burocratica. È una questione di equità.
Perché una società dovrebbe attendere l'esito di una procedura, presentare una richiesta, rispettare criteri e graduatorie, mentre un'altra potrebbe riuscire ad accedere comunque alla struttura? Se qualcuno ha avuto accesso alle palestre senza un titolo formale, bisogna spiegare perché e in virtù di quale disposizione.
E sarebbe opportuno fare chiarezza anche sul ruolo delle istituzioni scolastiche. Molte palestre sono annesse a edifici scolastici e, pertanto, è necessario comprendere con precisione quali siano le competenze dei dirigenti scolastici, quali autorizzazioni possano essere rilasciate e quale sia il raccordo con l'Amministrazione comunale proprietaria o titolare della disponibilità degli impianti.
Non servono accuse generiche. Servono documenti, regolamenti, determine, concessioni e registri degli accessi.
Se davvero, come viene segnalato, in passato sia stato sufficiente una telefonata, una conoscenza personale o una raccomandazione per ottenere le chiavi di una palestra comunale, sarà compito degli organi competenti verificare e accertare eventuali responsabilità. Ma proprio per questo è indispensabile rendere pubblici i criteri e le procedure utilizzate.
La città ha bisogno di sapere.
Ha bisogno di sapere quali società utilizzano le palestre comunali, in quali giorni e orari, sulla base di quale provvedimento, per quanto tempo e con quali oneri a proprio carico.
La trasparenza non penalizza lo sport. Lo tutela.
Perché lo sport, soprattutto quando coinvolge bambini e ragazzi, è un presidio sociale straordinario. Ma proprio perché parliamo di giovani, educazione e crescita, non possiamo trasmettere loro il messaggio che le regole siano un ostacolo aggirabile attraverso rapporti personali o scorciatoie.
Lo sport deve essere libero, inclusivo e accessibile. Ma deve essere anche regolare.
L'Amministrazione comunale ha quindi l'occasione di fare chiarezza una volta per tutte: pubblicare l'elenco delle assegnazioni, rendere conoscibili i criteri adottati, verificare la legittimità degli accessi alle strutture, ricostruire la gestione delle chiavi e chiarire chi abbia sostenuto i costi di acqua ed energia nei periodi in cui le palestre sono state utilizzate.
Perché le palestre comunali appartengono alla città.
E proprio per questo nessuno dovrebbe poterle considerare casa propria
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797