Perché voto SI alla riduzione dei Parlamentari

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Francesco Bianco
  12 settembre 2020 09:55

Lo confesso, sono stato indeciso fino alla fine sul se esprimere o meno la mia opinione su tale tema. Pur riconoscendo la sua divisività (trasversali le opinioni degli esperti), non volevo certo risparmiarmi per timore di esternare le mie idee. Ma, la lettura, pochi giorni fa, di una intervista all’ex giocatore Billy Costacurta, su un quotidiano di caratura nazionale, non certo un politologo, ma pur sempre un personaggio pubblico con largo seguito, mi ha indotto a scrivere quanto segue. Costacurta, interrogato sull’argomento, ha affermato che voterà No per non vedere trionfanti le facce di Di Maio e Toninelli. Bene, premesso che non sono grillino (non lo sono mai stato), né ufficialmente, né di fatto, si potrebbe obiettare che questo modo di argomentare è trasversale. Ciò è vero senza dubbio alcuno, ma, allora dico, con rammarico, siamo ancora all’anno zero. Votare in un certo modo, per contrastare i populismi, è la via maestra per non guardare in faccia la realtà, se il voto non è supportato da altre motivazioni. Dico questo con il deferente rispetto per chi vota No. Tuttavia, sono cosciente di andare controcorrente, rispetto alle opinioni di chi è molto garantista.

Nello spiegare le ragioni del mio voto, a scanso di equivoci e preliminarmente, affermo che il mio giudizio è completamente distante da ragioni inerenti ad un ipotetico risparmio di spesa. Sia chiaro questo dato, in modo assoluto e categorico. Riconosco che il risparmio di pochi “spiccioli” non può salvare il bilancio del nostro Stato, anche se questo elemento determinerà, credo, la vittoria del Si. Aggiungo, purtroppo per il merito, per fortuna per il risultato. Lo sperpero del denaro pubblico risiede altrove.

Detto questo, pongo a fondamento del mio voto ragioni storiche, di metodo e di merito.

Quanto alle prime, si sostiene che una pseudo riforma di tale tipo andrebbe contro la nostra Costituzione e la volontà dei Costituenti. Non è così. La Costituzione, nel ’48, non stabilì il numero dei Parlamentari, che era variabile. Soltanto la componente di sinistra, con Togliatti e parzialmente Mortati, aveva proposto un numero largo di rappresentanti. Ma rimase una proposta. Più tardi, nel 1963, si stabili il numero di 945 Parlamentari. Di conseguenza, è una falsità dire che si pregiudicano le ragioni di fondo che indussero i Costituenti nelle loro determinazioni. Aggiungo, peraltro, che le Costituzioni non nascono a tavolino, ma ricevono la loro vitalità dai tornanti della storia, quindi da vicende maturate nel tempo. Qui non è in discussione, ci mancherebbe, la prima parte relativa ai diritti e alle libertà fondamentali. L’analisi del testo è da contemperare con quella del contesto. Sempre sul profilo storico, non può tacersi che questa riforma è stata votata, quasi all’unanimità, per ben quattro volte in Parlamento. Sostenere oggi il No, aumenterebbe quel fossato di sfiducia già esistente tra la classe politica e i cittadini, con ulteriore nocumento della credibilità. Quali, quindi, le basi di ragionevolezza delle forze politiche? Elemento ulteriore è la non unicità dei soggetti oggi dotati di potestà legislativa. Nel ’63 non esistevano i consigli regionali, oltretutto con la competenza oggi derivante dalla legislazione concorrente, né un Parlamento Europeo con l’attuale “peso normativo”. Si parla spesso di declino del regionalismo, con un ritorno all’accentramento di alcune competenze basiche. Bene , allora si ponga tutto in discussione, a partire dalla riforma del titolo V della Costituzione.

Passando al metodo, anticipo che ho votato Si al referendum del 4 dicembre 2016. Ho sostenuto con vigore quella riforma, credendo (lo credo ancora) che si trattasse di un valido momento di “ristrutturazione” dell’architrave istituzionale. Ricordo che la riforma Renzi venne aspramente criticata, perché comprendeva tutto e stravolgeva il sistema. Il referendum sul taglio dei Parlamentari è, per gli stessi detrattori, troppo laconico. A parte questa evidente contraddizione, riconoscendo l’errore strategico della forte personalizzazione impressa dal suo ideatore nel 2016, credo, ad onor del vero, che sottoporre agli elettori un quesito enciclopedico non aiuti al raggiungimento del risultato. Un quesito referendario particolarmente complesso disorienta l’elettore. Lo abbiamo visto anche con la riforma voluta da Berlusconi, poi naufragata. Diversamente, procedere, in modo settoriale, visto che di referendum si tratta, sarebbe quantomeno più opportuno. Certamente, questo elemento di discussione pone il fianco alla critica della parzialità della riforma, della mancanza di correttivi e, soprattutto, della esigenza di una visione organica del sistema. Ciò involge il merito del discorso, sul quale dirò a breve. Lo strumento referendario, per sua natura, è concepito per quesiti semplici e, venendo al dunque dell’aspetto metodologico, mi sembra facile scorgere come, da decenni, i tentativi di riforma e di cambiamento, siano rimasti lettera morta. Una classe politica, comodamente seduta su notevoli privilegi, è oltremodo restia a cambiare lo status quo. Si replica, tra vari aspetti, che occorrerebbe una nuova legge elettorale. Mi chiedo banalmente, perché non è stata partorita in questi lunghi anni, con il ridisegno dei collegi elettorali ? Anche il percorso della nuova legge elettorale, in discussione in queste giorni, il c.d. “Germanicum”, su base proporzionale con soglia di sbarramento al 5 %, è alquanto travagliato per l’ostruzionismo dei piccoli partiti. Ho la sensazione che, con notevole probabilità, abbiamo subito una condizione opposta. Quella, cioè, di una rappresentanza esagerata di partiti e partitini, piccoli feudi personali, rappresentativi del nulla, idonei solo a decretare la fine di questo o quel governo, prima del termine fisiologico di una legislatura. Sono fermamente convinto che una volontà gattopardesca, fortemente radicata in chi muove le fila del discorso, non consentirà facilmente una matura presa di coscienza,  atta a riformare la struttura del nostro ordinamento parlamentare. Si è vero, la logica istituzionale non pretenderebbe questo, ma un encefalogramma fortemente piatto è destinato a sfociare nel male peggiore, a meno di scossoni che possano smuovere una stagnazione invereconda. Chiedo all’attento lettore, possiamo ancora credere in uno scatto di orgoglio di chi oggi ci “rappresenta”? Anche la parziale retromarcia di alcuni leader sul referendum, in antitesi al voto espresso in Parlamento, è sintomo di quanto sto affermando. Sottoscrivo che con la vittoria del No nulla cambierebbe. E la condizione attuale non mi sembra del tutto paradisiaca.

Il merito della questione è l’aspetto più importante.

La critica maggiore riguarda la mancanza di rappresentanza, specie per alcuni territori. Bene, tutto il periodo della c.d. “seconda Repubblica”, guarda caso con le liste bloccate, è stato costellato da un deficit di rappresentanza, al di là di ogni limite. Non era, forse, oligarchia partitica quella? Chiedo al medesimo lettore di prima: siamo stati fino ad ora degnamente rappresentati con quasi mille parlamentari ? Sono state rappresentate con serietà le istanze dei vari territori, in particolare della nostra Calabria ? Con un comportamento inqualificabile, molti tra coloro che sbandierano oggi la necessità della rappresentanza dei territori, hanno scelto e scelgono seggi “sicuri”, lontanissimi dalla loro residenza naturale. Il Parlamentare influente, di una certa provincia o regione, abbiamo visto essere sovente catapultato a molti km di distanza in un seggio “blindato”, per essere sicuro della sua elezione. Ma allora, questa è rappresentanza? Abbiamo ancora un brandello di coerenza logica al fondo delle nostre menti? Il fatto è che il nodo non sta nel numero dei parlamentari, ma nel modo di elezione. Con una locuzione inflazionata, potrei agevolmente dire che la quantità non è sinonimo di qualità. Questa è una verità dogmatica, indotta già da una visione assiologica del discorso. Ragionando per altra via, paradossalmente, si potrebbe proporre una riforma che porti, ad esempio, a duemila il numero degli eletti. Non sarebbe, per ciò solo, garanzia di vera democrazia. Certamente, il quesito referendario è secco, forse anche lapidario, ma costringerà le forze politiche in campo ad operare di conseguenza. Forza della necessità. Può essere un primo importante passo di esordio di una riforma più organica, non più procrastinabile. Ricordo, che le tanto attese riforme strutturali, invocate anche in sede comunitaria, avrebbero dovuto precedere la riforma economica, fiscale e altre. Nulla di tutto questo è avvenuto. Un tassello, quindi, di una riforma che comprenda  la rivisitazione dei regolamenti parlamentari, una nuova legge elettorale con le preferenze, il ridisegno dei collegi e, con più largo respiro, un ripensamento del bicameralismo paritario. Ritengo che un Parlamento con meno membri possa essere efficace. In aggiunta,  un Senato eletto già ora su base regionale, non consente di dire la falsità, secondo la quale attualmente i senatori sarebbero in numero proporzionale agli abitanti di una regione. Non risponde al vero. E’ ovvio che tali aspetti dovranno essere riformati, per una comparazione di sistema. Non vedo, inoltre, una mancanza di equilibrio tra potere esecutivo e potere legislativo. Un Parlamento con numeri ridotti, ma con medesimi poteri, può essere più snello ed efficiente, con un bilanciamento del numero delle commissioni. Inconferente considero anche la critica che poggia sulla mancanza di rappresentatività nella elezione del Presidente della Repubblica. Come è noto, la base elettorale in questione è più larga dei parlamentari stessi. Il problema vero è rispettare l’essenza della democrazia, con una selezione accurata dei candidati. Fino ad ora la volontà degli elettori è stata soltanto umiliata.

Mi avvio alla conclusione, ponendo un ultimo accento su quello che ritengo l’aspetto cardine dell’intero discorso. Da anni esiste, nel nostro Paese, un enorme problema di “responsabilità politica”, che deve necessariamente essere corollario della rappresentanza, se vogliamo parlare di sistema democratico. Con tutta evidenza, responsabilità politica verso l’elettore, che vota e sceglie. Da tempo questo basilare ingranaggio si è inceppato, perché l’elettore è privato della elementare facoltà di scelta. Quest’ultima deve essere ripristinata. Non dubito che il fronte del No contenga una componente “nobile”, nelle argomentazioni di alcuni. Ma, ritengo che larga parte dei sostenitori siano spinti da motivazioni logicamente egoistiche. E’ facile intuirlo. Dunque, nella speranza di non rimanere irretiti da chi fa facili proclami, che celano finemente il solo desiderio di continuare ad occupare o conquistare un posto al sole, con la prossima consultazione referendaria, forse, la rotta può essere invertita. Dipenderà da noi, ma soprattutto dipenderà da ciò che vogliamo essere da grandi.

                                                                                                       FRANCESCO BIANCO