Rinascita Scott. Giancarlo Pittelli, la storia processuale dell’avvocato ora ai domiciliari a Copanello

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Giancarlo Pittelli
  19 ottobre 2020 22:52

di EDOARDO CORASANITI

La concessione degli arresti domiciliari a Stalettì è solo l’ultima puntata di una serie iniziata esattamente dieci mesi fa. A mettere insieme i pezzi ci si ritrova come in un puzzle: tanti tasselli da ricomporre per avere un quadro di insieme definitivo, o perlomeno temporaneo ed aggiornato.

Giancarlo Pittelli, avvocato (ora sospeso) ed ex parlamentare di Forza Italia, è rimasto in carcere per 9 mesi e 28 giorni. Oggi è ritornato in Calabria, ma il suo travaglio giudiziario inizia il 19 dicembre 2019, quando i carabinieri bussano alla sua porta e gli notificano un’ordinanza di custodia cautelare di oltre 1200 pagine passata alla storia come “Rinascita-Scott”. Insieme a lui, tra carcere, arresti domiciliari, divieti di dimora, obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria, ci vanno a finire altre 333 persone. Gli indagati, in quel momento, sono 416. Nei mesi successivi aumentano a 479, ma la richiesta di rinvio a giudizio ad agosto è per 457, con il conseguente stralcio di 22 posizioni (LEGGI QUI). Per restare sul piano dei numeri, in questi mesi si è discusso anche delle misure cautelari modificate dall'inizio dell'operazione "Rinascita Scott", circa 200 tra Tdl, Gip e Cassazione. Che non alleggerisce la portata delle accuse, ma ridimensiona, anche in virtù del tempo trascorso, le esigenze cautelari e in alcuni casi i gravi indizi di colpevolezza a carico degli imputati.

Ad ogni modo un mega blitz, “il più grande dopo quello del maxi processo di Palermo”, come lo ha definito l’uomo che l’operazione l’ha guidata e condotta, il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri. L’eco arriva nelle redazioni di tutta Italia che si accavallano nella piccola stanza della Corte d’Appello di Catanzaro, dove si celebra la conferenza stampa. Già da ore la faccia di Pittelli è su tutte le versioni online dei quotidiani.

LE ACCUSE: Nel suo insieme, “Rinascita Scott” colpisce le cosche storiche di ‘ndrangheta del Vibonese guidate dal presunto boss Luigi Mancuso, difeso in passato dallo stesso Giancarlo Pittelli e arrestato su un treno. Ma c’è dell’altro, gli inquirenti poggiano l’attenzione su mafia, politica, droga, armi, estorsioni, corruzione elettorale e poi l’aspetto più eclatante: i rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria deviata, in cui proprio Pittelli sarebbe stato il collante, il trait d’union, l’uomo capace di tessere tele in tutta Italia per favorire le cosche andando alla ricerca di verbali tenuti ancora nascosti, interferendo in procedure amministrative, cercando di rafforzare la cosca con favori (visite mediche, raccomandazioni) e aiutando la cosca in momenti di fibrillazione (LEGGI QUI TUTTE LE ACCUSE).

Il conto è salatissimo: misura cautelare in carcere con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, 416 bis del Codice penale. Etichetta insolita per un soggetto finora incensurato; una qualificazione giuridica neanche proposta dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) che voleva arrestarlo per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Gip, Barbara Saccà, ha valutato invece di aggravare l’accusa: per il giudice, l’ex parlamentare era un vero e proprio partecipe alle logiche e dinamiche della cosca di Limbadi.

DA ASSOCIAZIONE MAFIOSA A CONCORSO ESTERNO Esattamente 20 giorni dopo, mentre Pittelli passa dal carcere di Catanzaro a quello di Nuoro, il fascicolo si sposta al Tribunale della Libertà, chiamato a decidere sul riesame presentato dagli avvocati di Pittelli, Salvatore Staiano e Guido Contestabile (LEGGI QUI I MOTIVI DEL RICORSO). Il 9 gennaio, il Tdl cambia le carte ma senza cambiare la misura cautelare. L’ex parlamentare deve restare dietro le sbarre non con l’accusa di essere un affiliato, ma per concorso esterno in associazione mafiosa, come aveva ipotizzato la Procura, e con i reati fine di abuso d’ufficio e rilevazione di segreto istruttorio. La misura detentiva è invariata perché Pittelli è “solito commettere reati utilizzando la connivenza e la complicità dello Stato”, si leggerà successivamente nella motivazione.

LA PRIMA ISTANZA PER IL BRACCIALETTO ELETTRONICO-. Passa quasi un mese e gli avvocati Staiano e Contestabile giocano la mossa di un’istanza al Giudice dell’indagine preliminare per chiedere la sostituzione della misura cautelare sul presupposto che, qualora non si voglia revocarla, si possa perlomeno sostituirla con gli arresti domiciliari fuori regione con il braccialetto elettronico. Niente da fare, il Gip non cambia: la proposta non è congrua rispetto alle esigenze cautelari nei confronti della presunta pericolosità di Pittelli. La decisione è appellabile al Tribunale della Libertà e i suoi legali non tardano a contestarla. La data fissata per l’udienza dell’appello cautelare è il 23 aprile, giorno in cui i legali discutono per ore sulla reale e concreta possibilità di rivedere la misura detentiva in favore di una meno afflittiva. Insieme, anche i rischi legati al Covid. Va male: Pittelli deve restare in carcere.

Ma tra aprile ed oggi si inserisce anche il ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale del Riesame di gennaio, quella che aveva confermato il carcere ma riqualificando l’intera vicenda in concorso esterno in associazione mafiosa. E’ meta marzo e i difensori sostengono che le argomentazioni del Riesame, l’ordinanza del Gip e l’interno impianto siano composte da argomentazioni fallaci, illogiche e infondate.

LE REAZIONI - In questi mesi, la detenzione e le condizioni di essa hanno più volte interrogato alcuni politici e pensatori. Non solo a Catanzaro. Al di là dell’immediata solidarietà della Camera Penale di Catanzaro, in diverse occasioni il parlamentare e storico Vittorio Sgarbi ha riacceso i riflettori (LEGGI QUI). E anche Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali (LEGGI QUI), gli avvocati Vincenzo Agosto (LEGGI QUI) e Pietro Marino (LEGGI QUI), il docente Franco Cimino (LEGGI QUI).  Da una parte la solidarietà e dall’altra le pubblicazioni di intercettazioni che poco hanno a che fare con la materia penale, ma che scavano nel passato professionale di Pittelli: come aver difeso boss mafiosi, tra cui Luigi Mancuso e il boss di Rosarno, Giuseppe Piromalli. Pittelli se ne sarebbe vantato in un’intercettazione. Più che un reato, un eccesso di boria.

LE ACCUSE DI PETRINI - E c’è un altro episodio che si aggiunge nella cornice dell’annus horribilis di Pittelli. Il 15 dicembre viene arrestato il giudice Marco Petrini, accusato di corruzione in atti giudiziari nell’ambito di “Genesi”. Sembra tutta un’altra storia, almeno fin quando il magistrato non racconta ai pm di Salerno di aver riformato la sentenza di Nicholas Sia, il killer del 18enne catanzarese Marco Gentile, dopo l’offerta di 2500 euro di Pittelli. Somma mai consegnata, come ammette lo stesso Petrini. Le parole di Petrini risentono di un ostacolo. Il giudice dopo qualche mese confessa di averle riferite in condizioni precarie mentali e psicologiche. Come si dice in gergo, le ritratta. E ancora: Pittelli denuncia Petrini perché le accuse sembrano poggiare su circostanze sbagliate nei fatti e nel diritto (ad esempio, la riforma della sentenza era vincolata dal precedente dispositivo della Cassazione).

LA CASSAZIONE - Tornando alla timeline, il 25 giugno scorso i giudici di piazza Cavour a Roma muovono lo scacchiere: annullamento senza rinvio delle accuse relative ai reati fine, abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio per la vicenda del carabiniere Giorgio Naselli.  Dunque, c’è un ridimensionato sul concorso esterno da aggravato a semplice.  Non più per aver agevolato il boss Luigi Mancuso, ma per aver favorito l’organizzazione mafiosa.

La difesa mette nella borsa il provvedimento e lo porta nell’ufficio Gip del Tribunale di Catanzaro. Il magistrato Pietro Carè si trova sul proprio tavolo un’istanza di scarcerazione basata proprio sulla decisione della Cassazione. Stesso obiettivo di sempre: far ritornare Pittelli a casa. Un altro no: il giudice rigetta perché "non è possibile accedere ad una diversa valutazione cautelare".

"DEVASTAZIONE PSICOLOGICA" - A fine luglio gli avvocati Staiano e Contestabile presentano un'altra istanza di scarcerazione, denunciando anche le precarie condizioni di salute di Giancarlo Pittelli (LEGGI QUI): "L'indagato sta vivendo una devastazione psicologica per effetto della carcerazione" (proprio in queste ore, Pittelli dovrebbe ricevere la visita di uno psichiatra). Stesso esito: per il Gip, Barbara Saccà, l'avvocato da 8 mesi in isolamento a Nuoro deve restare in carcere (LEGGI QUI).  

Prima di quest’ultimo tentativo, la difesa appella al Tribunale della libertà il diniego del Gip Carè, riproponendo ai magistrati la richiesta di revoca della misura o l'applicazione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico a Copanello di Stalettì, in provincia di Catanzaro. Passa qualche giorno e viene fissata la data dell’udienza: 15 settembre. Quel giorno, in cui è assente la Procura, Pittelli è collegato in videoconferenza da Nuoro. Prende la parola e rilascia dichiarazioni spontanee: “Non sono un delinquente”. L’avvocato sottolinea di lasciare tutta la sua "insopportabile sofferenza e il mio dolore psicofisico al Tribunale". 

IL GIUDIZIO IMMEDIATO - Ma c’è un passaggio che nella decisione della scarcerazione diviene centrale. Dopo la chiusura delle indagini preliminari (giugno) e la richiesta di rinvio a giudizio (fine luglio), ad agosto i legali di Pittelli comunicano al Giudice dell’indagine preliminare di voler accedere al rito immediato. Vuol dire che si “salta” l’udienza preliminare e si va direttamente in Tribunale, in contraddittorio tra le parti e in una situazione di parità processuale. L’8 settembre il Tribunale di Vibo Valentia accoglie la richiesta e fissa l’inizio del processo per lui e altri tre imputati (LEGGI QUI): 9 novembre. Gli altri 452 imputati per ora sono a Roma, in udienza preliminare, in attesa di tornare nella speciale aula bunker di Lamezia Terme. Come hanno detto le Camere penali di Catanzaro e Vibo Valentia: "Il processo del secolo" (LEGGI QUI).

LA MOTIVAZIONE DEL TRIBUNALE DELLA LIBERTA' CHE LO HA SCARCERATO - Momento importante per la storia giudiziaria di Pittelli. Secondo il Tribunale della Libertà che ha depositato la decisione venerdì scorso, la chiusura delle indagini, la scelta del rito, l’attenzione mediatica della vicenda e la disarticolazione della cosca, dovrebbero essere fattori che disincentivano la potenzialità criminale di Pittelli. Definito, di nuovo, come incapace di meritare il credito fiduciario in merito alle potenzialità di comunicare con l’esterno, vista anche la presunta inclinazione ad avvalersi dei suoi canali paralleli e prioritari per ottenere informazioni. Fattore incisivo e che ha determinato il rigetto di ogni istanza finora presentata: per i magistrati, l’inquinamento probatorio è troppo alto, perché Pittelli rimane un punto di riferimento per la cosca grazie a legami con forze di polizia, personale di cancelleria. Talmente tanto che il Tdl promuove la scelta di mandarlo a Copanello, a Stalettì, in provincia di Catanzaro: un luogo sufficientemente lontano da Vibo Valentia, dove si svolgerà il processo.

Venerdì scorso la decisione che mette fine alla detenzione carceraria di un uomo che è diventato uno delle immagini dell’intera inchiesta. Questa volta, però, alcuni giornali nazionali “bucano” la notizia.