Referendum giustizia, Irene Crea: “La riforma mette a rischio l’autonomia dei giudici”

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Irene Crea

  26 gennaio 2026 18:24

di EDOARDO CORASANITI


Il giorno del voto si avvicina e il confronto tra Sì e No si infiamma. Nei giorni in cui Catanzaro finisce al centro di una polemica per l'iniziativa "Il diritto di avere diritti", continua la rassegna di interviste de La Nuova Calabria per spiegare ai cittadini come orientarsi il 22 e il 23 marzo 2026 al referendum sulla giustizia. 

Irene Crea è una giovane Pm. Lavora a Catanzaro da qualche anno. Per il suo lavoro è rispettata dai colleghi e temuta dall'altra parte processuale (gli avvocati). Proprio quelle parti che ora come non mai si vedono di fronte in uno scontro storico e diretto e che culminerà quando i cittadini decideranno chi far vincere. Lei da subito ha sposato la causa del No. Perché, dice, l’indipendenza della magistratura è uno dei cardini di ogni sistema democratico e, quindi, va difesa.

 

Dottoressa, perché ritiene che il voto No al referendum sulla giustizia del marzo 2026 sia la scelta migliore per il sistema giudiziario italiano?

Sono convinta che votare No a questo referendum sia una scelta di tutela dei diritti dei cittadini, soprattutto del diritto ad avere giudici e pubblici ministeri liberi e indipendenti nell’esercizio delle proprie funzioni. La democrazia si fonda sulla separazione tra i poteri dello Stato e l’attuale assetto costituzionale garantisce un pieno equilibrio tra Governo, Parlamento e Magistratura. Al contrario, le modifiche alla Costituzione proposte porterebbero a un indebolimento dell’organo giudiziario che ha come compito la tutela del rispetto delle leggi da parte di tutti. Recarsi alle urne per votare No, quindi, è uno strumento che consente a tutti i cittadini di salvaguardare i propri diritti, soprattutto se si considera che si tratta di un referendum senza quorum e, quindi, l’approvazione o meno del testo di modifica avverrà indipendentemente dal numero di votanti.

 

Dal suo punto di vista di pubblico ministero, quali sono i principali rischi che questi quesiti referendari comportano per l’equilibrio e il funzionamento della giustizia?

 

Il rischio è che la magistratura diventi permeabile a influenze esterne. Ciò è evidente se si considera come verranno composti i due nuovi Consigli Superiori della Magistratura. Il CSM è l’organo che garantisce l’indipendenza di ogni giudice e ogni pubblico ministero: decide i trasferimenti di sede, valuta l’operato dei magistrati, affida gli incarichi organizzativi. Oggi ogni magistrato può eleggere il proprio rappresentante qualificato al CSM che, insieme ai membri eletti dal Parlamento (cd. membri laici), garantisce che ogni magistrato lavori bene e in serenità. Con la modifica costituzionale viene stravolto il meccanismo di scelta: i magistrati verranno estratti a sorte tra tutti gli appartenenti alla magistratura mentre i membri laici saranno estratti da un elenco ristretto di soggetti eletti dal Parlamento. È evidente, quindi, come si recide il rapporto tra i membri togati e la magistratura mentre quello tra i membri laici e il Parlamento rimane saldo. Ciò porterebbe al rischio di un minor peso dei magistrati nei Consigli Superiori della Magistratura.

 

 Il Comitato per il No parla spesso di una possibile compromissione dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. In che modo concreto il referendum potrebbe incidere su questi principi costituzionali?

 

Oltre al meccanismo del sorteggio, un altro concreto pericolo deriva dalla creazione dell’Alta Corte disciplinare a cui viene attribuita la funzione di giudicare sui procedimenti disciplinari dei magistrati, oggi di competenza del CSM. Gli aspetti problematici dell’Alta Corte sono molteplici: innanzitutto è composta sempre da magistrati sorteggiati (oltre che dai membri laici) e soprattutto non è garantito che il collegio che giudicherà il singolo magistrato sia composto per la maggioranza da magistrati. Ciò vuol dire che c’è la concreta possibilità che il magistrato sottoposto a procedimento disciplinare sia giudicato da un collegio in cui la maggioranza è composta da membri espressione del parlamento, con rischio di influenza della politica sulla valutazione dell’operato dei magistrati. A ciò si aggiunge un dato: tutti i cittadini possono fare ricorso alla Corte di Cassazione mentre le decisioni dell’Alta Corte saranno impugnate dinanzi allo stesso giudice che ha deciso: proprio l’Alta Corte. Ma c’è un ulteriore aspetto critico: oggi il CSM anche quando svolge la funzione disciplinare è sempre presieduto dal Presidente della Repubblica, organo di garanzia e imparzialità, mentre nella nuova normativa potrà essere presieduto o da uno dei membri nominati dal Presidente della Repubblica o da uno di quelli di nomina politica. Il presidente dell’Alta Corte, quindi, potrebbe essere un soggetto legato alla politica.

 

I promotori del Sì sostengono che il referendum serva a riequilibrare il rapporto tra accusa e difesa e a tutelare maggiormente i diritti degli imputati. Perché, secondo lei, questa narrazione è parziale o fuorviante?

 

Mi preme ribadire che non c’è alcun disequilibrio tra pubblico ministero e avvocato nel processo penale. Il giudice è sempre terzo e imparziale nel processo e lo dimostrano le percentuali di assoluzione. Non corrisponde al vero che il giudice parteggi per il pubblico ministero. È vero, invece, che il pubblico ministero e l’avvocato svolgono due funzioni diverse: il PM ricerca la verità processuale mentre l’avvocato difende gli interessi del suo assistito. Nel sistema attuale esistono regole di tutela dei diritti dell’indagato e dell’imputato, di cui si deve fare carico per primoil PM, che non è l’accusa ma il rappresentante pubblico alla ricerca della verità. Il PM chiede l’archiviazione o l’assoluzionenei casi in cui non ritiene provata l’esistenza del reato o la responsabilità del soggetto. Questa differenza di ruoli non cambierà con l’approvazione della riforma costituzionale e il pubblico ministero e l’avvocato resteranno “diversi” nel processoe il giudice continuerà a essere terzo e imparziale, come lo è già. Se tutto resta com’è perché fare una riforma? Non per separare le carriere ma per modificare il CSM e, quindi, il rapporto tra politica e magistratura.

 

Uno degli argomenti più forti del fronte del Sì è la necessità di “riformare” la giustizia, giudicata lenta e inefficiente. Lei condivide questa diagnosi? E se sì, perché ritiene che il referendum non sia lo strumento giusto?

Noi magistrati siamo sempre stati i primi a denunciare da tempo i problemi che affliggono la giustizia ma, purtroppo, questa riforma non incide minimamente su di essi: non dimezzerà i tempi delle cause civili, non porterà a concludere prima i processi penali o le indagini. Per rendere veramente efficiente la giustizia non serve separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri perché già oggi il passaggio da una funzione all’altra riguarda una percentuale irrisoria di magistrati. Il problema, quindi, non è questo. Ciò che serve è razionalizzare le risorse, aumentare il numero di magistrati, rendere veramente efficiente il processo penale telematico, aumentare il personale amministrativo. Insomma, tutte misure organizzative che da tempo vengono chieste a gran voce da noi.  

Secondo il Comitato per il No, le riforme proposte rischiano di semplificare eccessivamente questioni tecniche molto complesse. Quali sono gli aspetti che, a suo avviso, dovrebbero essere affrontati dal Parlamento e non tramite referendum?

 

La modifica della Costituzione su un tema delicato come l’equilibrio tra i poteri richiede meditazione e cautela. Non si vuole svalutare l’importanza dell’istituto referendario, imprescindibile strumento di democrazia diretta, ma il cittadino per poter essere chiamato a esprimersi consapevolmente deve avere la possibilità di informarsi. La rapidità con cui è stataapprovata la riforma costituzionale e indetto il referendum rischia di non consentire ai cittadini di sviluppare un’opinione su temi estremamente tecnici e che, quindi, non si vada a votare ritenendo che si tratti di qualcosa che non riguarda i diritti di tutti.

 

Dal punto di vista dei cittadini, quali conseguenze concrete potrebbe avere la vittoria del Sì nella vita quotidiana delle persone che si rivolgono alla giustizia?

L’indebolimento del CSM e la sua permeabilità alle influenze della politica, per le ragioni che ho esposto, portano al rischio di un pubblico ministero e di un giudice timorosi dinanzi ai potenti per paura di ritorsioni, anche disciplinari. Il cittadino, quindi, che dovesse avere come controparte in un giudizio civile un soggetto vicino alla fazione politica di maggioranza del momento o che dovesse essere persona offesa di un reato da lui commesso potrebbe non vedere tutelati pienamente i propri diritti. Il pubblico ministero e il giudice potrebbero sentirsi non più sereni e liberi nell’esercizio delle funzioni. Si tratta di effetti collaterali che deriverebbero dalla modifica degli equilibri costituzionali tra Parlamento, Governo e Magistratura.  L’influenza della politica sulla magistratura non avrà i suoi effetti solo sull’operato dei magistrati ma su tutti i cittadini.

 

Che messaggio sente di rivolgere agli elettori indecisi, che percepiscono un forte scontro tra magistratura e politica e faticano a orientarsi nel dibattito?

Per prima cosa invito tutti a informarsi per poter comprendere la portata delle modifiche costituzionali perché non si tratta di uno scontro tra la magistratura e la politica, né tantomeno uno scontro con l’avvocatura. Ci sono diversi comitati referendari che possono essere contattati e che stanno organizzando eventi sul territorio. Io oggi parlo da pubblico ministero ma anche da cittadina che crede profondamente nei valori della democrazia: l’indipendenza della magistratura è uno dei cardini di ogni sistema democratico e, quindi, va difesa.


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