
Domani, 20 agosto alle ore 9.30, una nutrita delegazione della Camera Penale “Alfredo Cantàfora” farà visita all’Istituto penitenziario “Ugo Caridi” di Catanzaro nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in agosto”, promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane per portare gli avvocati penalisti nelle carceri e verificare direttamente le condizioni detentive e la quotidianità delle persone ristrette.
La delegazione sarà guidata dal Presidente Francesco Iacopino e vedrà la partecipazione del componente di Giunta UCPI Valerio Murgano, della Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati Enza Matacera, del Vice Sindaco Giusy Iemma, del Presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco e del Presidente dei Giuristi Cattolici Pantaleone Pallone.
La visita, che prevede anche l’accesso alle sezioni detentive, nasce dalla volontà dei penalisti italiani di guardare da vicino una realtà che, troppo spesso, rimane invisibile alla società: quella di un carcere segnato dal sovraffollamento, dai suicidi, dalla sofferenza e da condizioni di vita che impongono attenzione e responsabilità.
Perché il carcere non può essere conosciuto soltanto attraverso i numeri: bisogna entrarci, vedere, ascoltare.
La Costituzione non mette i diritti fuori dalla porta del carcere. L’articolo 2 li riconosce e li garantisce anche nelle formazioni sociali nelle quali si svolge la personalità dell’individuo. E il carcere è una di queste. La persona detenuta ha perso la libertà, ma non può essere privata anche della dignità. Non ha smesso di essere una persona. Non ha smesso di appartenere alla comunità.
I valori laici sui quali è edificata la nostra civiltà del diritto ci ricordano che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ancora, che lo Stato deve creare le condizioni perché il percorso di recupero sia reale, perché chi ha sbagliato possa reinserirsi “riabilitato” nel corpo sociale.
Non è una formula astratta. È una responsabilità concreta.
Perché dentro le carceri c’è spesso un’umanità ferita. Ci sono persone che hanno sbagliato e devono rispondere dei propri errori, ma anche persone segnate dalla povertà, dalla dipendenza, dalla malattia, dalla solitudine, dall’emarginazione. Storie difficili che troppo spesso finiscono dietro un cancello e smettono di essere viste, prese in carico.
Non possiamo permetterci di non vederle. Di voltarci dall’altra parte.
Entrare in carcere significa allora dare voce a chi spesso non ha voce. Significa farsi prossimi a quella umanità, non lasciarla sola, non consegnarla all’oblio. Significa ricordare che chi è detenuto è ancora parte della comunità e che la comunità non può abdicare alla propria responsabilità.
La Costituzione, del resto, non cammina da sola. Ha bisogno delle nostre gambe, delle nostre braccia, della nostra voce. Ha bisogno di uomini e donne che trasformino i principi in diritti concreti, soprattutto là dove quei diritti rischiano di diventare più fragili.
Perché il carcere non può essere il luogo nel quale la società deposita le proprie fragilità, voltandosi poi dall’altra parte. Deve essere un luogo nel quale si prepara un ritorno. Perché prima o poi il cancello si apre. E quando si apre, la persona detenuta torna tra noi.
La domanda, allora, come ci ricorda Glauco Giostra, è semplice: come vogliamo che torni?
Se trova un lavoro, una formazione, una relazione, una possibilità di ricominciare, può tornare a vivere dentro le regole e dentro la comunità. Se invece esce più solo, più povero, più fragile e senza alcuna prospettiva, il rischio è che torni esattamente là da dove era venuto.
Ecco perché il reinserimento non è soltanto una scelta di umanità. È una scelta di sicurezza.
Aiutare una persona a non tornare a delinquere significa proteggere anche noi. Significa ridurre la recidiva. Significa rendere più sicura la società.
La sicurezza non si costruisce soltanto tenendo le persone dentro. Si costruisce soprattutto mettendole nelle condizioni, una volta fuori, di non tornarci.
È questo il senso di una società che non abbandona. Una società che considera il carcere una propria formazione sociale e che non lascia sole le persone che vi vivono.
È questo il senso di “Ristretti in agosto”: creare un ponte tra il carcere e la società, mantenere alta l’attenzione su una realtà che rischia di essere ricordata, altrimenti, soltanto quando esplode un’emergenza o un allarme sociale. Ma anche incidere sul modo in cui il carcere viene raccontato. Conoscere ciò che accade dietro le mura penitenziarie, capire quali siano le risposte giuste, senza affidarsi agli slogan, alle semplificazioni o agli istinti populisti. Abbiamo bisogno di una corretta narrazione del carcere, capace di illuminare questa realtà e di riportarla nel discorso pubblico. Sensibilizzare le coscienze per alimentare una cultura collettiva dei diritti, soprattutto dei diritti degli ultimi: un processo progressivo e continuo di addestramento civile ai valori costituzionali, perché, quando vengono conosciuti e praticati, entrano nella ragione pubblica e contribuiscono al progresso della civiltà del diritto.
Domani l’avvocatura catanzarese entrerà dunque in carcere per guardare, ascoltare e comprendere. Per ricordare che i cancelli possono separare le persone dalla libertà, ma non dalla loro dignità, né dalla comunità alla quale appartengono.
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