
di RITA TULELLI
La figura del serial killer ha da sempre affascinato e inquietato l’immaginario collettivo. Film, serie televisive e romanzi hanno contribuito a costruire un’immagine stereotipata: individui geniali, manipolatori e insospettabili, capaci di condurre una doppia vita apparentemente perfetta.
Tuttavia, quando si osserva il fenomeno attraverso la lente della criminologia, la realtà appare molto diversa e meno spettacolare di quanto il cinema e la narrativa spesso suggeriscano. In ambito scientifico, il serial killer viene definito come un soggetto che commette almeno tre omicidi separati nel tempo, con intervalli emotivi tra un delitto e l’altro.
Questa caratteristica distingue l’omicidio seriale da altre forme di omicidio multiplo. Il movente raramente è legato a interessi economici o pratici: più spesso, il comportamento omicida è legato a fantasie di dominio, bisogno di controllo e gratificazione psicologica. La percezione comune di un serial killer come individuo estremamente intelligente e strategico si scontra con i dati della ricerca criminologica.
Molti di questi soggetti hanno un’intelligenza nella media e spesso presentano difficoltà relazionali, isolamento sociale e instabilità lavorativa. Gli errori investigativi o le lacune tecnologiche del passato hanno avuto un peso maggiore nella possibilità di proseguire le attività criminali rispetto alla presunta genialità dei criminali stessi.
Inoltre, nonostante l’enorme attenzione mediatica, i casi di omicidio seriale rimangono fenomeni statisticamente rari. Sul piano psicologico, studi e analisi cliniche hanno evidenziato alcuni fattori ricorrenti tra i serial killer. Spesso emergono traumi infantili, abusi o trascuratezza, insieme a tratti di disturbo antisociale di personalità o psicopatia, che si manifestano attraverso l’assenza di empatia, la manipolazione e un limitato senso di colpa.
Molti sviluppano nel tempo fantasie ricorrenti di sopraffazione e controllo che possono sfociare, in alcuni casi, in comportamenti omicidi. È importante sottolineare che la presenza di tali elementi non determina automaticamente il crimine: la maggior parte delle persone con traumi o disturbi non diventa violenta. Anche il contesto sociale e ambientale gioca un ruolo significativo.
Marginalizzazione, povertà, instabilità familiare e facilitazioni nell’accesso alle vittime possono favorire il comportamento deviante. Alcuni studi indicano che particolari periodi storici, caratterizzati da carenze nei sistemi di controllo e investigazione, hanno permesso ad alcuni serial killer di agire indisturbati per lungo tempo. La copertura mediatica ha contribuito a consolidare il mito del serial killer, trasformandolo in un “mostro” e rischiando di oscurare la memoria delle vittime. Il sensazionalismo può persino favorire l’emulazione, mentre la mitizzazione del colpevole distorce la percezione pubblica del fenomeno.
Negli ultimi anni, tuttavia, la narrativa giornalistica e televisiva sta evolvendo, cercando di privilegiare la centralità delle vittime e di raccontare i crimini senza esaltare chi li commette. In definitiva, la mente del serial killer non è un mistero insondabile né il frutto di una straordinaria genialità criminale. Si tratta di una combinazione complessa di vulnerabilità psicologiche, traumi, fattori ambientali e opportunità favorevoli al crimine.
Guardare a questi episodi con rigore scientifico consente di superare i miti e di promuovere una maggiore prevenzione, interventi precoci e una comunicazione mediatica più responsabile. Solo così l’interesse verso il fenomeno può trasformarsi in consapevolezza critica, evitando la fascinazione per l’orrore fine a se stessa.
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