Sanità a Corigliano-Rossano, Mazza: “Anatomia di un fallimento programmato”

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Domenico Mazza

  30 marzo 2026 11:32

di DOMENICO MAZZA  

Il dibattito sulla riorganizzazione dello Spoke di Corigliano-Rossano rappresenta, oggi, un caso emblematico di distorsione sistemica tra programmazione sanitaria e dinamiche politico-territoriali. Al netto della retorica pubblica — spesso alimentata da semplificazioni fuorvianti e intrise di una superficialità disarmante oltreché di una cultura tipica delle peggiori cantine sociali — è necessario ristabilire un punto fermo: l’assetto della disposizione ospedaliera, su doppio presidio funzionalmente integrato, non è un prodotto contingente della fusione amministrativa del 2018. È, altresì, l’esito di un impianto normativo e programmatorio risalente al 2008.

La ratio di tale configurazione sanitaria risiede in criteri consolidati di efficienza clinica, appropriatezza organizzativa e ottimizzazione delle risorse. Il modello è chiaro: concentrazione delle attività chirurgico-emergenziali nello stabilimento di Rossano e allocazione delle branche mediche nel presidio di Corigliano. Una disposizione coerente, d’altronde, con la letteratura sulla rete ospedaliera e con i principi di sicurezza del paziente. Gli stessi dettami che impongono la centralizzazione delle funzioni tempo-dipendenti in strutture dotate di terapia intensiva, blocchi operatori e supporti trasfusionali immediati. A ciò si aggiunge — come elemento tutt'altro che secondario — la necessaria valutazione delle condizioni logistiche dei presidi presenti sul territorio. In tale contesto, l’ubicazione del Giannettasio rispetto al Compagna configura, oggettivamente, il presidio di Rossano come sede prioritaria per la concentrazione delle attività legate a parametri cronodipendenti.

Incoerenza organizzativa e rischio clinico: il nodo del punto nascita

Ciò che emerge, tuttavia, non è il fallimento del modello, bensì la sua sistematica disapplicazione. La persistenza di una configurazione ibrida, con reparti distribuiti secondo logiche non lineari, produce un duplice effetto distorsivo: da un lato inefficienza gestionale e duplicazione improduttiva delle risorse, dall’altro un incremento non trascurabile del rischio clinico. In sanità, l’incoerenza organizzativa non è mai neutra: si traduce in ritardi, incertezze operative e, nei casi estremi, esiti avversi evitabili. Il caso del punto nascita jonico costituisce, in tal senso, una cartina di tornasole. Mantenere un reparto ostetrico-ginecologico in un contesto privo di immediata contiguità con rianimazione, chirurgia d’urgenza e centro trasfusionale non è una scelta opinabile, ma una deviazione da standard consolidati. La distanza fisica tra i servizi critici, anche se contenuta in termini chilometrici, assume rilevanza decisiva in condizioni di emergenza, dove il fattore tempo incide direttamente sulla sopravvivenza materno-infantile. La storia recente della sanità calabrese, a riguardo, offre precedenti che avrebbero dovuto cristallizzare questo principio come non negoziabile.

Investimenti pubblici congelati e paralisi decisionale: il mito del nuovo ospedale come retorica alla procrastinazione funzionale

Ancora più grave appare il paradosso amministrativo legato agli investimenti già realizzati. La ristrutturazione del blocco materno-infantile nello stabilimento rossanese, finanziata con risorse pubbliche ingenti e completata nei tempi previsti, giace oggi in una condizione di sostanziale inutilizzo. Tale immobilismo configura non solo una disfunzione organizzativa, ma un potenziale vulnus erariale. Danno aggravato, altresì, dall’assenza di trasparenza decisionale e dalla paralisi indotta da veti incrociati. È la rappresentazione plastica di una Governance sanitaria incapace di tradurre la spesa in servizio.

In questo contesto, il richiamo reiterato alla futura realizzazione del nuovo ospedale della Sibaritide assume i contorni di un dispositivo retorico funzionale alla procrastinazione. L’infrastruttura futura, per quanto necessaria, non può assolvere alla funzione di alibi per l’inazione presente. I tempi di realizzazione, fisiologicamente lunghi, impongono una gestione efficiente dell’esistente come imperativo categorico, non come opzione subordinata.

Il nodo centrale, pertanto, risiede nella tensione irrisolta tra razionalità tecnico-sanitaria e logiche di consenso territoriale. La sanità, per sua natura, non può essere oggetto di negoziazione campanilistica. La distribuzione dei servizi deve rispondere a criteri epidemiologici, logistici e clinici, non a equilibri elettorali o a rivendicazioni identitarie. Quando ciò non avviene, il sistema degenera in una forma di localismo patologico che compromette l’universalità e l’equità dell’assistenza.

Crisi della Governance sanitaria e resa della Politica al consenso locale

Non si tratta di negare il valore della partecipazione civica o delle istanze territoriali, ma di ricondurle entro un perimetro di compatibilità con i principi fondamentali della sicurezza e dell’efficacia delle cure. In assenza di tale ricomposizione, ogni tentativo di riforma è destinato a infrangersi contro resistenze che nulla hanno a che vedere con l’interesse pubblico.

La vicenda dello Spoke jonico, dunque, non è un’anomalia isolata, ma il sintomo di una più ampia crisi di Governance. Uno spettacolo squallido in cui la Politica abdica alla funzione di indirizzo strategico per piegarsi alla gestione del consenso immediato. Il risultato è un sistema sospeso, incapace di completare processi già avviati, di valorizzare investimenti effettuati e, soprattutto, di garantire standard adeguati di sicurezza clinica.

In definitiva, il vero deficit non è infrastrutturale. È decisionale. Se la programmazione sanitaria continuerà a essere subordinata a logiche estranee alla propria natura, la normalità resterà un orizzonte irraggiungibile. Fino a quando la tessera elettorale conterà più della cartella clinica, la sanità jonica resterà un malato terminale. E  in questo contesto  il diritto alla salute rappresenterà un principio formalmente riconosciuto, ma sostanzialmente vulnerato.


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