Separazione Salvini–Vannacci, Mengani: "Cronaca di un divorzio annunciato (e di un’idea che non c’era)"

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images Separazione Salvini–Vannacci, Mengani: "Cronaca di un divorzio annunciato (e di un’idea che non c’era)"


  06 febbraio 2026 13:34

di TERESA MENGANI

Alla fine è successo: Salvini e Vannacci si sono separati. Non politicamente, s’intende, quello sarebbe stato un colpo di scena, ma narrativamente. Perché più che un’alleanza, la loro è sempre sembrata una fiction mal scritta: due ego in cerca di applausi, uniti dall’amore per gli slogan semplici e dall’odio per tutto ciò che richiede studio, complessità o, peggio ancora, empatia. La rottura arriva come arrivano tutte le grandi separazioni della destra urlata: tra proclami virili, accuse non dette e la solita recita del “non ho bisogno di te, ero già forte da solo”. Peccato che, messi l’uno senza l’altro, restino due voci che riecheggiano nel vuoto, come megafoni puntati contro uno specchio.

Salvini, professionista del consenso facile, continua a scambiare la politica per una diretta social permanente, dove la soluzione a ogni problema è una felpa nuova e un nemico da additare. Vannacci, dal canto suo, rappresenta il sogno bagnato di un’Italia che non c’è più (e che per fortuna non c’è più): gerarchica, rancorosa, convinta che l’ordine si mantenga a colpi di slogan e che il dissenso sia una malattia da estirpare.

Insieme hanno incarnato una teoria politica rivoluzionaria: meno sai, più sei sicuro di avere ragione. Una filosofia che ha trovato terreno fertilissimo in un elettorato spesso più affezionato alla pancia che al cervello, più attratto dalla semplificazione brutale che dalla fatica del pensiero. Non elettori, ma tifosi. Non cittadini, ma clienti fidelizzati della rabbia.

La loro forza non è mai stata la profondità delle idee, inesistenti, ma l’arroganza con cui le esponevano. Quel tono da “ve lo dico io come stanno le cose”, tipico di chi non le ha mai davvero studiate. Un retaggio destrorso stanco, impolverato, che ricicla paure vecchie di decenni come se fossero intuizioni geniali, e che spaccia l’intolleranza per coraggio.
Ora che si separano, resta il vuoto: non di contenuti, perché quelli mancavano anche prima, ma di spettacolo. È la fine di un duo comico involontario, dove l’ignoranza veniva scambiata per autenticità e la rozzezza per schiettezza.

Il problema, però, non è il divorzio. È che là fuori c’è ancora chi applaude, chi si riconosce, chi confonde la rabbia con la lucidità e l’arroganza con la forza. Finché basterà urlare più forte per sembrare credibili, Salvini e Vannacci, insieme o separati, saranno solo sintomi di una malattia più profonda: l’idea che pensare sia opzionale.
E purtroppo, su questo, non hanno ancora rotto con nessuno.


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