Serrastretta, a Palazzo Pingitore Salvatore Molinaro racconta "Il Dieci di Agosto"

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  13 ottobre 2026 00:05

Un colloquio di sessanta minuti con la dott.ssa Chiara Aiello, nel quale si è parlato della memoria dei luoghi, dei traumi trasmessi dalla madre alla figlia, dell’editoria indipendente e dell’intelligenza artificiale. Nel finale, una notizia: il prossimo romanzo, «Sei anni di vuoto», verrà presentato in anteprima proprio a Serrastretta.

Serrastretta (CZ), 12 ottobre 2026. La pioggia cadeva fitta all’esterno. Malgrado ciò, sabato 10 ottobre, dentro Palazzo Pingitore la platea non è rimasta vuota in occasione della presentazione di «Il Dieci di Agosto», opera narrativa di Salvatore Molinaro (https://www.salvomolinaro.com/). La data non era stata scelta a caso: la storia prende avvio sul Monte Reventino, durante la notte di San Lorenzo del 1989; per questo condurre il libro a Serrastretta è stato percepito come il ritorno a casa del racconto.

L’iniziativa, voluta dal Comune di Serrastretta insieme alla Biblioteca Comunale «Luis Scalese» e al Sistema Bibliotecario Lametino, è cominciata con i saluti istituzionali dell’assessore Davide Lucia. Questi ha dato lettura della missiva del sindaco Mario Cianflone, impossibilitato a intervenire per precedenti impegni. Nel testo inviato dal primo cittadino si è richiamato il significato della serata: ricucire «un legame diretto tra la narrazione e i luoghi che l’hanno ispirata» e offrire alla comunità, in un periodo in cui l’isolamento rappresenta una minaccia concreta, l’opportunità di incontrarsi e dialogare. A moderare il confronto con lo scrittore è stata la dott.ssa Chiara Aiello, consigliere capogruppo di maggioranza, che ha inoltre curato ogni fase organizzativa.

«QUAL È L’IDENTITÀ DI SALVATORE MOLINARO?»

La dott.ssa Aiello, che professionalmente si occupa di inclusione lavorativa, ha esordito con la domanda che è solita porre a tutti nel proprio ambito: chi sei? Molinaro, quarantacinquenne, si è presentato come «una persona comunissima», animata da due elementi costanti: la curiosità e la passione. All’età di circa sette anni è iniziato il suo rapporto con la lettura, mai più interrotto; a quindici è arrivata la scrittura, tenuta a lungo nascosta, fatta eccezione per una rubrica sul giornale lametino nei primi anni Duemila. Il volume che gli ha fatto scoprire l’amore per i libri, ha spiegato rispondendo a una domanda della sala, è «Gli occhi del drago» di Stephen King, letto a nove anni: un fantasy che, da ragazzo, suscitava rabbia di fronte all’ingiustizia e che, in età adulta, mostra tutta l’abilità con cui viene costruito un personaggio manipolatore.

IL BELVEDERE, «IL MIO PICCOLO TIBET»

Dietro il titolo del romanzo c’è un’immagine. Il Belvedere, punto panoramico del Reventino, ha ricordato Molinaro, ha sempre rappresentato il suo «piccolo Tibet», il posto in cui si recava per fare chiarezza dentro di sé. A diciassette anni, in una sera d’agosto, vi salì in motorino e osservò i fuochi di San Lorenzo accendersi lungo la costa: i pensieri svanirono, restò quell’immagine, ed è proprio ciò che ha chiesto al suo grafico di rappresentare sulla copertina. La scelta del titolo è stata tormentata: fino al giorno precedente alla chiusura della copertina erano rimaste sette o otto possibilità, ma alla fine è prevalso il primo spunto, perché l’intero romanzo gravita attorno a quella notte.

I luoghi presenti nel libro, dal Reventino a Platania (paese di origine della madre dell’autore), passando per Lamezia e arrivando fino a Caracas, costituiscono per Molinaro un omaggio affettivo; nella narrazione, tuttavia, servono soprattutto da contenitore per i personaggi. Nel libro sono presenti anche momenti e scene che si svolgono a Roma, Siena e Monteriggioni. Vale una regola rigorosa: quando si sceglie un luogo reale, ogni dettaglio deve risultare coerente con le sue consuetudini. A dimostrarlo è stata la lettura, in chiusura, di un passo del primo capitolo: le visite di condoglianze nella casa di Eleonora, con i pacchetti di caffè e zucchero appoggiati sul tavolo. «La scena dello zucchero e del caffè è nostra», ha osservato, e chi è cresciuto nella Calabria centrale l’ha riconosciuta fin dalla prima riga.

TRENT’ANNI PER DARE FORMA A UN TRAUMA

La vicenda copre oltre quarant’anni, dal 1989 al 2032, e ogni volta torna al 10 agosto. Una durata tanto ampia, ha chiarito l’autore, si rendeva necessaria perché «Il Dieci di Agosto» narra anche il modo in cui i traumi non elaborati si trasmettono da genitore a figlio, in questo caso da madre a figlia: occorrono decenni per mostrare la giovinezza, la maturità e la vecchiaia di chi quel trauma lo attraversa, oltre all’infanzia e alla crescita di chi lo eredita. Un trauma mal gestito, ha detto, è «come un palloncino: se premo da una parte, poi gonfia da qualche altra».

La psicologia, ha precisato, non è tanto una passione quanto una formazione giunta per caso: nel 1993, a dodici anni, durante la festa del libro, con il denaro ricevuto dalla madre acquistò in offerta una trilogia di Alfred Adler sulla psicologia individuale. Non si trattava di una lettura leggera per un ragazzo, ha scherzato tra le risate del pubblico, al punto che dovette rileggerla quattro volte nel corso degli anni prima di comprenderla.

PERSONAGGI GENERATI DA DOMANDE

Non c’è nulla di autobiografico, ha messo in chiaro Molinaro: l’autobiografia è una stagione superata da vent’anni. Rimane, invece, la sensibilità di chi segue le notizie e si domanda che cosa sia accaduto in precedenza, quale sia stato l’istante in cui tutto poteva ancora arrestarsi. Da qui prendono vita i personaggi, che per lui possiedono un volto e una fisionomia ben definiti. «Con ogni singolo personaggio io ci parlo», ha raccontato, e se una battuta non suona autentica la elimina e la riscrive finché non risulta coerente con chi la pronuncia. Rispondendo a un’altra domanda del pubblico, ha spiegato come nasce un’idea: una sera, mentre era fermo in auto al Belvedere, si chiese che cosa sarebbe successo se il freno a mano avesse ceduto. Anni dopo, all’ingresso, sono comparsi i blocchi di cemento. Dove qualcuno vede un problema da risolvere, ha detto, «per me diventa una storia da scrivere».

DA UN MURO DI CORSO NUMISTRANO ALLA PUBBLICAZIONE

Tra i passaggi più divertenti c’è il racconto della scintilla che lo spinse a pubblicare. In un pomeriggio di gennaio, sotto la pioggia, appoggiato a un muro di corso Numistrano a Lamezia Terme con una sigaretta in mano, stava scrivendo sul cellulare un breve testo ambientato a New York, ispirato al traffico che gli scorreva davanti; quel testo lo ha poi riletto davanti alla sala. Un’amica che passava di lì, persuasa che stesse chattando con qualcuno, lo lesse e non gli diede tregua finché non ebbe promesso di pubblicare.

Molinaro ha optato per l’autopubblicazione con Youcanprint allo scopo di mantenere il controllo completo sull’opera: un romanzo che si apre con una ragazza sul punto di compiere un gesto estremo, ha osservato, difficilmente avrebbe trovato spazio in collane dove certe parole sono considerate tabù o dove vengono richiesti tagli per contenere i costi. Una strada «da tutti, ma non per tutti»: impaginazione, norme tipografiche, cartelle editoriali e revisione ricadono sull’autore, che per la correzione finale si affida a un docente. Il romanzo è stato scritto in tre mesi e rifinito in altri sei. Il risultato compensa gli sforzi: «di quello che volevo trasmettere io in questi due romanzi è rimasto il 100%». I libri escono soltanto in formato cartaceo, per scelta: un volume di carta rimane su uno scaffale e, ogni volta che qualcuno lo spolvera, legge un nome. «Io non voglio essere dimenticato», ha affermato, anche a costo di rinunciare al mercato digitale.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: «NEL MIO LIBRO C’È COSCIENZA, C’È VOCE, C’È ANIMA»

Dal pubblico è giunta anche una domanda sull’intelligenza artificiale. Molinaro non se ne serve per scrivere e non la condanna in blocco: sul piano della sintassi, ha ammesso, è più precisa di molti scrittori, ma le manca ciò che rende vitale un romanzo. «All’interno del mio libro c’è coscienza, c’è voce, c’è anima», ha detto. Per chiarire il concetto ha immaginato un momento di grande dolore e vi si è immedesimato al punto da commuoversi davanti al pubblico: quelle emozioni, ha spiegato, una macchina può descriverle, ma non provarle né farle provare a chi legge. Il messaggio, ha concluso, o lo si ha dentro oppure non lo si scrive. La risposta ha ricevuto un lungo applauso. Poco dopo un altro spettatore ha riferito di aver scoperto il libro grazie alla locandina, alle sette del mattino, sull’autobus per Catanzaro: aperto l’estratto sul sito dell’autore, già alla seconda riga si sentiva dentro la storia.

UN UNIVERSO NARRATIVO IN TRE ROMANZI

«Il Dieci di Agosto» è il secondo romanzo di un unico universo narrativo costruito a matrioska: il primo, «Il Vento del Mare del Nord», è il viaggio interiore che un personaggio del secondo compie durante il coma. L’ambientazione norvegese è stata scelta perché il freddo permetteva di raccontare la vicinanza alla morte; l’autore, però, non vi è mai stato: ha percorso ogni strada su Google Maps, fino a imparare a memoria i caffè di Lakselv. La dott.ssa Aiello, che ha letto i due libri in ordine inverso, ha confermato di essersi sentita immersa in entrambi i paesaggi. Ogni romanzo, ha sottolineato Molinaro, è autoconclusivo e può essere letto singolarmente.

LA PROMESSA

Una domanda dalla sala ha riguardato il salto temporale dal 2026 al 2032 e gli interrogativi che esso lascia aperti. È una scelta voluta, ha replicato l’autore: le risposte si troveranno nel terzo romanzo, intitolato «Sei anni di vuoto». La bozza è quasi conclusa e l’uscita è prevista tra marzo e aprile. A questo punto è arrivato l’annuncio che ha chiuso il cerchio: la presentazione di «Sei anni di vuoto» si svolgerà a Serrastretta, il gruppo di lettura del paese lo leggerà in anteprima e il lancio sarà curato dalla Biblioteca «Luis Scalese». «Questa è una promessa», ha dichiarato Molinaro, ottenendo l’approvazione della sala.

In conclusione sono arrivati i ringraziamenti all’amministrazione comunale, alla dott.ssa Aiello per la conduzione, alle operatrici della biblioteca e al Sistema Bibliotecario Lametino, insieme a un ricordo personale: lo spunto sui fermenti universitari del 1989 che apre il romanzo gli fu suggerito da un amico d’infanzia e comportò tre giorni di ricerche. Soprattutto, un grazie al pubblico, attento e partecipe nonostante la pioggia.