Spadanuda: "Tumori, la Calabria prima per fuga dei pazienti"

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  11 febbraio 2026 09:35

di GIANCARLO SPADANUDA

I calabresi dimostrano di avere pazienza infinita, o di essere schiavi del Potere e di sentirsi per giunta contenti? Non si spiega come mai a fronte dei ripetuti disagi dovuti alle gravi inadempienze di ordine sanitario la fuga dei pazienti sia il solo optional che rimane;questo descrive fra l’altro, il rapporto dell’Osservatorio Nazionale Screening 2025 dedicato alla Calabria (ultima per screening).

Per risolvere il problema, si sono susseguiti, negli anni, incontri “istituzionali” con amministratori, prefetti, questori, forze dell’ordine, generali di corpo d’armata e quant’altro: nulla è stato risolto. E’ una situazione assolutamente insostenibile, non più procrastinabile. Ci siamo talmente abituati che non vediamo più le catene (si pensi alla allegoria della caverna di Platone).

E’ così, perché secondo il filosofo Etienne de La Boétie, l’abitudine è uno dei mezzi attraverso i quali il Potere ottiene il consenso necessario ad ogni regime, anche tirannico; l’abitudine a servire ha l’effetto di sentirsi soggiogato.

Nel suo “Discorso sulla servitù volontaria”  Etienne afferma che la tirannia (spesso evocata dai calabresi) non è imposta ma consensualmente accettata dal popolo il quale si trova quindi in una situazione di servitù volontaria ”ossia accetta volontariamente di sottomettersi al tiranno” (cit. da Cerroni).

Non si riesce ancora a comprendere come mai la Calabria ha questi ed altri tristi primati: è una caratteristica fisiologica lombrosiana? Certamente NO. Hanno avuto influenza le numerose dominazioni straniere: arabi, francesi, spagnoli, ecc…? Certamente NO. Il brigantaggio? NO.

Un serio dibattito sulle reali motivazioni non è mai stato aperto: solo fiumi di parole e convegni inutili (dove io premio te, solo se tu premi me). Aveva ed ha ragione Augias quando afferma: ”la Calabria è una terra perduta: io ho il sentimento che la Calabria sia irrecuperabile”? E perché? Etienne afferma, a tal proposito, “basterebbe desiderare essere liberi per diventarlo”.

Ci vuole coraggio. Che non è certo quello che si è visto in TV: il politico calabrese che letteralmente si china a baciare la mano ad altro politico non calabrese; amici di New York che videro la scena mi chiesero lumi: dissi falsamente che era la scena di un film: mi vergognai, per un attimo, come un ladro, di stare in Calabria.

Certi cosiddetti “intellettuali” pur di apparire qualche secondo in TV, continuano a presentare libri che nessuno mai leggerà, perché illeggibili. Il rapporto con la realtà “ugly” (brutta, deforme e sgradevole), così come (ingiustamente) è stata definita la Calabria da un noto giornalista della BBC, è un immobile rapporto di contemplazione che offre unicamente un serena coscienza di non-essere. La vita del calabrese medio sembra allora non trovare altra via di liberazione se non quella del sesso e del denaro; ma neppure il sesso ha il potere di liberarlo dall’alienazione e dal culto feticistico del denaro; non gli resta altro che affrontare la presenza costante della disperazione nella normale condizione di vita: la domenica a vedere la partita di calcio allo stadio o dinanzi alla TV-spazzatura.

I giovani perbene non ne possono proprio più: sono saturi, anche se è vero che di tutta l’erba non si può fare un fascio. E se ne vanno; fuggono “dall’inferno calabrese”: è ripresa l’emigrazione, non solo intellettuale, come decine e decine di anni fa. Essi, beffati, non hanno avuto, nemmeno stavolta, la loro nemesi storica.


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