Storica sentenza a Catanzaro: quando lo Stato “sbaglia i conti" con chi sfida la ‘ndrangheta

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  07 marzo 2026 22:22

di FILIPPO COPPOLETTA

C’è un momento preciso in cui la vita di un uomo si spacca in due. Per Giuseppe Masciari, quell’istante è arrivato nel 1997, quando ha deciso che non avrebbe più pagato. Non un soldo alla 'ndrangheta, non un centimetro di dignità svenduto ai clan che soffocavano la sua Calabria. Da allora, l’imprenditore edile che gestiva appalti in tutta Italia è diventato un "fantasma" protetto dallo Stato: scorte, trasferimenti improvvisi, una vita blindata lontano da casa. Ma la battaglia di un testimone di giustizia non finisce con le sentenze penali. Spesso, il nemico più insidioso non indossa i panni del boss, ma quelli grigi della burocrazia. L’ultima tappa di questa odissea si è consumata pochi giorni fa nell’aula del Tribunale Civile di Catanzaro, dove il giudice Mario Rocco Vincenzo ha dovuto districare un groviglio di numeri e rimborsi che rischiava di trasformarsi nell'ennesima beffa per chi ha perso tutto per servire la legge.

La vicenda nasce da un paradosso contabile. Masciari, dopo aver ottenuto vittorie schiaccianti nei tribunali penali contro i clan che avevano causato il fallimento delle sue aziende, si era rivolto al Fondo di rotazione per le vittime dei reati di tipo mafioso. La richiesta era chiara: ottenere il risarcimento milionario (oltre 1,3 milioni di euro) già stabilito dai giudici per i danni subiti. Tuttavia, il Comitato di solidarietà dello Stato aveva deciso di "tagliare" drasticamente l'assegno. Il motivo? Secondo l'amministrazione, Masciari aveva già ricevuto somme importanti nel 2007 attraverso un altro canale, il Fondo anti-racket. Per lo Stato, pagare di nuovo sarebbe stato un "arricchimento ingiustificato", una sorta di doppione contabile.

Il cuore della sentenza del Tribunale di Catanzaro tocca un punto nevralgico della protezione dei testimoni: la distinzione tra l'uomo e le sue imprese. Negli anni '90, il "sistema Masciari" era composto dalla sua ditta individuale e da una società di famiglia. Quando la 'ndrangheta colpisce, non fa distinzioni tra partite IVA. Colpisce l'uomo per distruggere il suo lavoro.

La difesa dell'imprenditore ha così sollevato un velo su una gestione del passato definita "pragmatica" ma giuridicamente fragile. Nel 2007, per superare l'ostacolo del fallimento della ditta individuale (causato proprio dalle estorsioni), lo Stato aveva erogato i fondi a una società collegata, gestita dai familiari ma di fatto guidata da Giuseppe. Oggi, quella stessa operazione di "salvataggio" veniva usata come scudo per non pagare a Masciari quanto dovuto per i suoi danni personali e patrimoniali definitivi.

Il Giudice ha dovuto affrontare il principio della compensatio lucri cum damno: l'idea che un risarcimento non debba mai superare l'effettivo danno subito, trasformandosi in un guadagno. Ma proteggere un testimone di giustizia significa anche riconoscere la specificità del suo sacrificio. La sentenza ribadisce che l'accesso ai fondi per le vittime di mafia non è una "concessione di favore" della Pubblica Amministrazione, ma un diritto soggettivo perfetto. Lo Stato non può decidere con discrezionalità se e quanto pagare una volta che i requisiti di legge sono certi. 

Il Tribunale ha chiarito che il risarcimento deve coprire l'intera perdita subita, sottraendo solo ciò che è stato effettivamente già percepito per lo stesso identico titolo, evitando però che cavilli formali su vecchie erogazioni diventino un alibi per negare il giusto ristoro a chi ha messo la propria vita a disposizione della collettività.

Questa sentenza non è solo una questione di cifre. È il riconoscimento che il "prezzo" pagato da chi denuncia non può essere oggetto di sconti burocratici. Proteggere un testimone significa anche garantire che lo Stato sia il primo a rispettare i patti, assicurando che la legalità convenga sempre di più del silenzio.


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