
di GIUSEPPE TERRANOVA
"Ci sono uomini per i quali le parole sembrano improvvisamente troppo piccole. Uomini che non si limitano ad attraversare la storia: la scrivono, la illuminano e, senza saperlo, entrano nella vita di chi li ha incontrati, amati e ammirati. Per me, Sandro Mazzola, è stato tutto questo. Un fuoriclasse assoluto in campo e un campione di integrità morale e valoriale nella vita. Il mio ricordo di lui nasce quando avevo appena tre anni, nella Corsica della mia infanzia, terra d’emigrazione, di sacrifici e di durezza del vivere, dove le famiglie conoscevano il valore del lavoro, della dignità e dell’aiuto reciproco.
Erano anni nei quali mio padre, seppure molto cagionevole di salute, si sforzava di lavorare per rispondere ai nostri bisogni. E mia madre gli era accanto, lo sorreggeva, lo accudiva, con quella forza silenziosa delle donne che sanno tenere insieme una famiglia anche quando la vita presenta il conto. È dentro quella realtà che Sandro entrò nella mia vita. Avevo tre anni e davanti alla televisione guardavo, giorno dopo giorno, quel ragazzo vestito di nerazzurro: la palla attaccata al piede, lo scatto, l’eleganza, la fantasia, la naturalezza con cui sembrava trasformare il calcio in bellezza.
Non sapevo ancora cosa significasse essere interista. Lo sono diventato guardando lui. E forse, senza rendermene conto, in quel ragazzo riconoscevo qualcosa che apparteneva anche alla mia famiglia: la fatica trasformata in forza, la sofferenza attraversata senza perdere la dignità, il desiderio di andare avanti. Anche il suo nome, Mazzola, ha avuto per me un significato che andava oltre il calcio.
Era un nome che mi faceva sentire dentro il mondo. Un nome internazionale, che evocava luoghi lontani, grandi stadi, viaggi, incontri, culture. Per me significava abbracciare e vivere il mondo, uscire dai confini della mia piccola realtà e sentirmi parte di qualcosa di grande. Poi, crescendo, ho conosciuto la sua storia. Superga. La tragedia che gli portò via papà Valentino, immenso campione e maestro del calcio, quando Sandro era ancora bambino.
Ho pensato spesso a quella ferita e alla straordinaria capacità con cui Sandro seppe crescere portandola dentro di sé, fino a diventare una delle figure più luminose della storia del calcio italiano e mondiale. E il suo volto, negli anni, è rimasto legato a luoghi che sono diventati patrimonio della memoria sportiva: Milano, il Prater di Vienna, il Bernabéu di Madrid, l’Olimpico di Roma. E proprio all’Olimpico c’è un’immagine che per me ha un significato speciale: Sandro, con a fianco il prof. Valentino Fiore, mentre contribuiva a consegnare all’Italia il suo primo titolo europeo. Due nomi che, nella mia memoria, si sono così incontrati molto prima che io potessi comprenderne fino in fondo il significato.
E poi Milano. Il Meazza, lo stadio che porta il nome del suo maestro. L’Inter. Diciassette stagioni di appartenenza assoluta alla maglia nerazzurra. L’amicizia con Angelo Moratti e poi con Massimo Moratti, due generazioni di una famiglia profondamente legata all’Inter. E poi Helenio Herrera. La Grande Inter. La conquista della cima del mondo. Una squadra entrata per sempre nel libro del calcio mondiale. Bastava ascoltare la radio o accendere la televisione e sentire quei nomi pronunciati uno dopo l’altro: Sarti, Burgnich, Facchetti, Suarez, Corso, Mazzola.
Nomi che avevano il suono della leggenda. E Sandro era lì, dentro quella meraviglia: la fantasia, la forza, l’eleganza, la luce. Poi sarebbero arrivati altri campioni, altre generazioni, altri sogni. E anche Ronaldo, con il suo arrivo, con Moratti presidente del triplete, e Sandro dirigente, avrebbe aperto una nuova pagina della storia nerazzurra. Ma Sandro apparteneva a una dimensione che attraversa le epoche. Quella della misura dell’uomo. In un calcio diventato sempre più grande, attraversato da miliardi, interessi e pressioni economiche e finanziarie, la sua figura è rimasta legata alla correttezza, alla coerenza, alla limpidezza. Un uomo capace di vivere dentro la grandezza senza lasciarsi cambiare dalla grandezza.
Altra pasta. Altra statura. Un’altra idea di uomo di sport. L’inarrivabile Sandro. E poi c’è il ricordo che custodisco più intimamente. Milano, Foro Buonaparte, nella sede dell’Inter. Eravamo insieme a Mario, Tonino, Sandrino, Agostino e ad altri amici fagnanesi. Eravamo lì per incontrarlo, abbracciarlo, condividere qualche momento con lui e portargli anche un saluto che per me aveva un significato speciale: quello del prof. Valentino Fiore di Fagnano Castello. E quando pronunciai quel nome, accadde qualcosa che non ho mai dimenticato. Gli occhi di Sandro divamparono di luce e di gioia. Quel nome gli restituiva per un istante suo papà Valentino. Perché Valentino Fiore era stato un amico stretto di suo padre. In quello sguardo c’era il ricordo di un padre perduto troppo presto, ma anche il calore di un’amicizia che aveva attraversato il tempo.
Sandro si commosse. E in quell’istante, davanti a noi, la leggenda della Grande Inter lasciò spazio all’uomo. Rimase il figlio di Valentino. Fu un momento breve, ma dentro quel momento sembrò raccogliersi una vita intera. Il padre. L’amicizia. Superga. Il calcio di un’altra epoca. I ricordi. E forse quella commozione mi arrivò così profondamente perché, attraverso di lui, tornavano anche i ricordi della mia famiglia. Mio padre, fragile nella salute ma determinato a lavorare per noi. Mia madre, accanto a lui, a sorreggerlo e accudirlo. La Corsica, terra d’emigrazione. Gli anni difficili. La fatica e la dignità.
E quel bambino di tre anni che, davanti alla televisione, guardava Sandro correre con la maglia nerazzurra senza sapere che quelle immagini sarebbero rimaste per sempre dentro di lui. Forse è per questo che Sandro non è mai stato, per me, soltanto un calciatore. È stato un segno della mia infanzia. Una porta aperta sul mondo. Un nome che significava Milano, Vienna, Madrid, Roma. Significava il Prater, il Bernabéu, il Meazza, l’Olimpico. Significava l’Inter, Herrera, la Grande Inter, la conquista della cima del mondo. Significava il calcio italiano che diventava universale. E, per me, significava anche la possibilità di abbracciare e vivere il mondo attraverso una passione nata davanti a una televisione, nella lontana Corsica. Le vere leggende, però, non si misurano soltanto con i gol, i trofei e gli stadi. Si misurano con ciò che lasciano dentro le persone. E Sandro ha lasciato una traccia che il tempo non ha cancellato. Per questo oggi, quando penso a lui, non penso soltanto al campione. Penso all’uomo.
Penso a quel ragazzo che correva con la palla attaccata al piede. Penso al figlio di Valentino. Penso alla luce nei suoi occhi quando sentì pronunciare il nome del padre. E penso a quel bambino di tre anni che dalla Corsica guardava la televisione e, senza saperlo, stava scegliendo una passione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Grazie, Sandro. Grazie per avermi fatto innamorare dell’Inter. Grazie per la classe con cui hai giocato e per i valori con cui hai vissuto. Grazie per aver dimostrato che si può arrivare sulla cima del mondo senza perdere la misura dell’uomo. Grazie per quella maglia nerazzurra che hai onorato per diciassette stagioni. E grazie soprattutto per quel momento a Foro Buonaparte, quando il nome di Valentino Fiore ha acceso nei tuoi occhi una luce improvvisa, restituendoti per un istante il ricordo del tuo papà e di un amico vero.
In quel momento ho visto il campione. Ho visto il figlio. Ho visto l’uomo. E ho sentito che, attraverso una storia di calcio, si stavano incontrando anche due memorie familiari, due padri, due generazioni e un mondo di affetti che il tempo non ha cancellato. Sandro Mazzola non è soltanto una leggenda del calcio. È una parte della mia memoria. È una parte della mia storia. È quella luce dell’infanzia che continua a illuminare la strada anche dopo tanti anni. E certe luci, quando hanno davvero illuminato la nostra vita, non si spengono più".
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