
di CATERINA MURACA
Un silenzio irreale ha avvolto la chiesa gremita di Catanzaro. Un silenzio pesante, quasi insostenibile, rotto solo da un pianto sommesso e da respiri trattenuti. Non servivano parole: il dolore – quello autentico, quello che lacera – non ha bisogno di spiegazioni.
Eppure, proprio in quel silenzio si è consumato uno dei momenti più strazianti che una comunità possa vivere: l’ultimo saluto ad Anna e ai suoi piccoli, Giuseppe e Nicola, vittime di una tragedia che lascia senza fiato e senza risposte.
Le bare, allineate davanti all’altare, erano il fulcro di un dolore collettivo che ha travolto tutto e tutti. Attorno, una folla immobile: volti segnati e mani strette in una preghiera quasi disperata. La città intera si è fermata, sospesa, incapace di comprendere fino in fondo quanto accaduto.
Tra i presenti, in raccoglimento e rispettoso silenzio, anche le forze dell’ordine, simbolo di uno Stato che si stringe attorno a una comunità ferita. In prima fila il sindaco, Nicola Fiorita che poco prima dell’inizio della celebrazione si è avvicinato a Francesco, il padre e marito, scambiando con lui poche parole, dense di un dolore che non ha bisogno di essere spiegato.
Durante l’omelia, le parole hanno faticato a trovare spazio, come se ogni frase dovesse chiedere il permesso al dolore prima di essere pronunciata: "Il silenzio potrebbe bastare. Il silenzio e le lacrime", è risuonato nella chiesa. E davvero sarebbe bastato. Perché davanti a una tragedia così grande, ogni tentativo di spiegazione appare fragile, insufficiente, quasi fuori luogo.
"Sono molte e difficili le domande che salgono dal cuore davanti alle bare", è stato ricordato. Ma sono domande senza risposta, sospese, incapaci di dare sollievo.
In prima fila, accanto alle bare, Francesco, marito e padre delle vittime innocenti. In piedi per tutta la celebrazione. Immobile, come pietrificato dal dolore. Accanto a lui, un vuoto incolmabile. E mentre la piccola Maria Luce continua a lottare tra la vita e la morte a Genova, la sua figura diventa l’immagine più potente di questa tragedia: un uomo che resta circondato dall’assenza.
L’omelia ha provato a indicare una direzione al dolore, non a spiegarlo. Ha parlato di smarrimento, di fragilità, di quella “eclissi improvvisa” che può attraversare la mente umana e spezzare un’esistenza fatta di affetti, sogni e progetti.: "Una volta di più ci siamo accorti di quanto sia fragile la nostra vita", è stato detto, ricordando quanto sia sottile il confine su cui camminiamo ogni giorno.
Poi, quasi con timidezza, è arrivato il richiamo alla speranza. Non una speranza facile, né una consolazione di circostanza, ma quella più difficile da accettare: la speranza che nasce proprio dentro il buio: "Resta con noi, Signore, perché si fa sera", è risuonato tra le navate. Perché senza quella presenza, il buio sarebbe totale.
Il riferimento alla croce, alla sofferenza di Cristo, ha dato profondità a parole che altrimenti sarebbero rimaste vuote: solo un Dio che ha conosciuto il dolore può parlare al dolore. Solo chi ha attraversato la morte può promettere che non sarà l’ultima parola.
Ma il passaggio più intenso è stato forse quello rivolto a chi resta. A Francesco. Alla piccola Maria Luce. A una famiglia spezzata: "Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore". Non come una formula, ma come un impegno.
Perché tragedie come questa non possono essere archiviate come semplici fatti di cronaca: chiedono di non lasciare che questo dolore passi invano, di trasformarlo in attenzione, cura, presenza.
Quando la celebrazione è terminata, il silenzio ha di nuovo riempito la chiesa. Poi, improvviso, lungo, quasi liberatorio, è partito un applauso. Un applauso che non era soltanto un saluto, ma un abbraccio collettivo. L’ultimo gesto possibile per dire addio.
Un applauso che, per un istante, ha spezzato il dolore. Senza cancellarlo, perché certe ferite restano. E continuano a interrogare, nel silenzio.
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