
di RITA TULELLI
Negli ultimi anni il true crime si è affermato come uno dei generi più seguiti e discussi nel panorama mediatico contemporaneo. Podcast, documentari, serie televisive e libri raccontano casi di cronaca reale, spesso concentrandosi su delitti efferati, misteri irrisolti e processi controversi. Il grande successo di questi contenuti solleva però una domanda fondamentale: in che modo il true crime influisce sulla nostra percezione della criminalità e della sicurezza? Il fascino del crimine reale risiede soprattutto nel suo legame con la realtà. Sapere che ciò che viene raccontato è realmente accaduto rende la narrazione più intensa e coinvolgente. Il pubblico si immedesima nelle storie, prova empatia per le vittime e cerca di comprendere le motivazioni che spingono una persona a commettere un reato. In questo senso, il true crime risponde a un bisogno profondo di dare un significato a eventi che appaiono incomprensibili e disturbanti. Tuttavia, il confine tra informazione e intrattenimento è spesso sottile.
Molti prodotti true crime utilizzano strategie narrative tipiche della fiction, come la suspense, la drammatizzazione e il ritmo incalzante, che rendono il racconto più avvincente ma rischiano di alterare la percezione dei fatti. I crimini più rari e violenti ricevono una grande attenzione mediatica, mentre le forme di criminalità più diffuse ma meno spettacolari rimangono sullo sfondo. Questo squilibrio può indurre il pubblico a credere che la violenza estrema sia molto più comune di quanto non sia in realtà. L’esposizione costante a storie di crimini gravi può contribuire ad aumentare la paura percepita. Anche in contesti in cui i dati mostrano una diminuzione di molti reati, chi consuma regolarmente contenuti true crime può sviluppare la sensazione di vivere in una società sempre più pericolosa. Questa percezione amplificata del rischio influisce sul modo in cui le persone guardano agli altri, agli spazi pubblici e alle politiche di sicurezza, spesso basando le proprie opinioni più sulle emozioni che su informazioni oggettive. Un altro aspetto delicato riguarda il modo in cui vengono rappresentate le vittime e gli autori dei reati. In alcuni racconti il criminale diventa il centro della narrazione, analizzato nei minimi dettagli psicologici, mentre la vittima rischia di essere ridotta a una figura secondaria. Questa attenzione sproporzionata può portare a una sorta di fascinazione nei confronti del colpevole, trasformandolo quasi in un personaggio, con il rischio di banalizzare il dolore reale delle persone coinvolte.
Nonostante queste criticità, il true crime può avere anche un valore positivo. Quando affrontato con rigore e sensibilità, può aumentare la consapevolezza su temi legati alla giustizia, mettere in luce errori giudiziari, dare voce a vittime dimenticate e stimolare un dibattito pubblico più informato. In alcuni casi, il racconto accurato di un crimine ha persino contribuito alla riapertura di indagini o alla revisione di condanne ingiuste. Il vero nodo, quindi, non è il genere in sé, ma il modo in cui viene prodotto e fruito. Un approccio consapevole e critico permette di apprezzare il valore informativo del true crime senza lasciarsi travolgere da paure irrazionali o generalizzazioni. Affiancare il racconto alle conoscenze criminologiche e ai dati reali aiuta a mantenere una visione più equilibrata della criminalità. In conclusione, il true crime è uno strumento potente, capace di influenzare profondamente l’immaginario collettivo. Può informare, emozionare e far riflettere, ma richiede attenzione e responsabilità sia da parte di chi racconta sia da parte di chi ascolta. Comprendere il crimine significa andare oltre il sensazionalismo e riconoscere la complessità della realtà sociale che esso rappresenta.
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