
Quando si parla di crimine, il volto che immaginiamo è quasi sempre maschile. È una rappresentazione radicata, alimentata dai media e da una lunga tradizione culturale che associa la violenza e la devianza all’uomo. Eppure le donne fanno parte di questo mondo molto più di quanto si creda, sia come autrici di reato sia come vittime. Un tema che per anni è rimasto ai margini del dibattito pubblico e che oggi merita uno sguardo più attento e meno stereotipato. La criminalità femminile esiste, anche se è numericamente inferiore a quella maschile. Proprio questa minore visibilità ha contribuito a costruire l’idea della donna criminale come un’eccezione, una figura “fuori posto”. In realtà, dietro i reati commessi dalle donne si trovano spesso storie segnate da difficoltà economiche, relazioni violente, dipendenze affettive e marginalità sociale.
Non si tratta di giustificare, ma di comprendere. Molti comportamenti devianti nascono in contesti di fragilità, dove le possibilità di scelta sono ridotte e il confine tra vittima e colpevole diventa sottile. Se il crimine femminile è poco raccontato, ancora più silenziosa è stata a lungo la condizione delle donne vittime di reato. La violenza domestica, gli abusi sessuali, lo stalking e la tratta hanno per decenni trovato spazio solo tra le mura di casa o nelle cronache più marginali. Oggi la sensibilità è cambiata, ma denunciare resta difficile. Paura, vergogna, dipendenza economica e sfiducia nelle istituzioni continuano a rappresentare ostacoli enormi.
La criminologia contemporanea insiste sull’importanza di ascoltare le vittime senza giudicarle, riconoscendo il peso emotivo e sociale che il reato lascia dietro di sé. Anche il sistema di giustizia non è immune dagli stereotipi di genere. Le donne che commettono reati possono essere viste come “meno pericolose” oppure, al contrario, giudicate più duramente perché considerate lontane dal modello tradizionale di femminilità. In entrambi i casi, il rischio è quello di semplificare, perdendo di vista la complessità delle persone e delle loro storie. Parlare di donne e crimine significa quindi andare oltre le etichette e interrogarsi sul ruolo della società, delle relazioni e delle disuguaglianze. Significa riconoscere che il crimine non è solo un fatto individuale, ma un fenomeno che riflette tensioni sociali, culturali ed economiche più ampie. Uno sguardo più attento e umano non rende il tema meno serio, ma al contrario lo rende più vero. E forse anche più utile per prevenire, comprendere e cambiare.
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