
Il femminicidio esiste. Oggi esiste anche nel nostro ordinamento come autonoma fattispecie penale. Ma l’Università ha il dovere di guardare ancora più indietro: prima del reato, prima della violenza, prima che il possesso venga confuso con l’amore e il controllo con una relazione. La tragedia di Lorena ci ricorda, ancora una volta, che non può esistere soltanto il tempo della repressione. Deve esistere, prima, il tempo molto più lungo, difficile e decisivo della prevenzione. È da questa consapevolezza che nasce anche l’impegno dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che ha scelto di entrare concretamente nelle scuole insieme al Corecom Calabria, guidato dal presidente Fulvio Scarpino, con Pasquale Petrolo e Mario Mazza, e al Consiglio regionale della Calabria, costruendo attraverso Corecom Academy in Tour un percorso nel quale educazione digitale ed educazione affettivo-relazionale appartengono alla stessa sfida educativa. Il percorso sull’educazione affettivo-relazionale si svolge direttamente nelle scuole, attraverso incontri con gli studenti e attività guidate, accompagnate da un lavoro di osservazione e approfondimento scientifico volto a comprendere il modo in cui i ragazzi vivono le relazioni, il rifiuto, la gelosia, il controllo e il rispetto della libertà dell’altro. L’accordo istituzionale per lo sviluppo del progetto è stato sottoscritto il 9 aprile 2025, segnando l’avvio di una collaborazione che ha scelto di portare nelle scuole non soltanto conoscenze e strumenti, ma una diversa cultura delle relazioni. Il prof. Antonio Viscomi e la prof.ssa Francesca Felicia Operto, neuropsichiatra infantile dell’Università Magna Graecia, hanno accompagnato scientificamente un progetto che muove da un principio essenziale: prima ancora di insegnare a un adolescente come usare uno smartphone, dobbiamo aiutarlo a comprendere come vivere una relazione. Educare significa insegnare che un “no” è un no. Che una relazione può finire. Che la fine di una relazione non attribuisce alcun diritto sull’altra persona. Che la libertà dell’altro continua a esistere anche dentro un legame affettivo. Che gelosia, sorveglianza, possesso (conoscere password, posizione, pretendere una risposta immediata, verificare messaggi, amicizie e spostamenti) non sono forme più intense di amore. Questo non è amore. La tecnologia può amplificare enormemente il controllo. Può renderlo continuo, invasivo. Ma il problema nasce prima dello smartphone. Nasce nel modo in cui impariamo ad amare e a relazionarci. Nel modo in cui affrontiamo un rifiuto. Nel modo in cui elaboriamo la fine di una relazione. Nel modo in cui impariamo — o non impariamo — che l’altra persona non ci appartiene. È qui che scuola, università e istituzioni possono e devono intervenire.
Per questo l’esperienza costruita in Calabria assume oggi un significato che va oltre il singolo progetto. L’Università Magna Graecia, il Corecom Calabria e il Consiglio regionale hanno scelto di portare nelle scuole un modello nel quale educazione affettiva, responsabilità relazionale, media education e cittadinanza digitale diventano parti di un unico percorso di formazione della persona. Non basta insegnare ai ragazzi come difendersi dai pericoli della rete. Bisogna insegnare loro a riconoscere i pericoli che possono nascere dentro una relazione. Bisogna intervenire prima che il controllo venga normalizzato. Prima che la gelosia venga scambiata per attenzione. Prima che la prevaricazione venga interpretata come amore. Prima che la dipendenza venga confusa con il legame affettivo. Prima che un rifiuto venga vissuto come un’offesa. Prima che qualcuno possa pensare che perdere una relazione significhi perdere il controllo sulla propria vita o acquisire il diritto di decidere su quella dell’altro.
Il Rettore dell’Università Magna Graecia, prof. Giovanni Cuda, ha più volte richiamato la responsabilità dell’Ateneo nel trasformare ricerca e formazione in impatto concreto sulla società e sul territorio. Questa responsabilità significa anche avere il coraggio di affrontare i problemi prima che diventino tragedie. Significa non aspettare la prossima vittima per parlare di educazione affettiva. Il diritto penale deve intervenire con assoluta fermezza quando una donna viene uccisa dentro dinamiche di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio. Ma quando interviene il giudice, la tragedia si è già consumata. La scuola, l’Università e le istituzioni devono provare ad arrivare prima. Prima della violenza. Prima del controllo. Prima del possesso. Prima che qualcuno possa pensare che amare significhi dominare. Prima che qualcuno possa credere che la libertà di una donna finisca dove inizia la volontà di un altro. Perché il femminicidio si punisce nei tribunali. Ma si combatte molto prima. Si combatte nella cultura. Nelle famiglie. Nelle relazioni. Nelle parole che scegliamo. Nei modelli che trasmettiamo. E soprattutto nei luoghi nei quali formiamo le nuove generazioni. Per questo educare non è un’attività accessoria. È una delle più importanti forme di prevenzione.
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